Il debito come forza collettiva

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Rispetto ai ricchi, la gente e i paesi poveri detengono poche protezioni, ma hanno il potere della loro forza collettiva. I debitori del mondo possono unirsi, ed essere inadempienti.

Questo saggio fa parte della serie "Debito e Potere" del Progetto di Giustizia del Debito dell’Internazionale Progressista.

Non onorare i propri debiti, ci viene detto, significa fallire, infrangere le proprie promesse, macchiare il proprio onore personale e quello della propria famiglia. Nei precedenti saggi di questo progetto, abbiamo letto di come i creditori, le grandi aziende e i fondi avvoltoio complottano per far sentire i debitori soli, distrutti e appesantiti da questo senso di fallimento morale.

Ma mentre i nostri sistemi legali puniscono alcuni debitori per le inadempienze, sono in realtà impostati per permettere ad altri debitori di "ristrutturare" i loro debiti e allontanarsi completamente dai loro obblighi. Il capitale è consapevole di questa forza. Negli Stati Uniti, le protezioni per il fallimento aziendale come il "Capitolo 11", che permette alle società di ristrutturare i loro debiti, incoraggiano "l'assunzione di rischi", permettendo alle grandi aziende come General Motors, Purdue Pharma e Sears di assumere debiti enormi e poi rinegoziarli quando le loro scommesse non fruttano, spesso lasciando i lavoratori e i titolari di pensioni a soffrire le conseguenze più amare.

Ora stiamo osservando questo processo in tempo reale. Dopo un'ondata di fallimenti aziendali durante la crisi finanziaria del 2008, la crisi del COVID-19 ne ha ispirata un'altra. Mentre i colossi aziendali, in paesi come gli Stati Uniti, licenziavano decine di migliaia di lavoratori, allo stesso tempo combattevano in tribunale per assicurarsi di poter dare sontuosi bonus ai top manager mentre si preparavano a ristrutturare i loro debiti. La Riserva Federale degli Stati Uniti da parte sua, sta proteggendo il rischio privato delle grandi imprese creando fondi speciali per l'acquisto del debito aziendale: un classico caso di rischio socializzato e guadagno privatizzato.

E così vediamo che quando si tratta di debito, esistono regole per i ricchi e regole per il resto. Protezioni come il "Capitolo 11" non sono concesse né ai paesi poveri che affrontano crisi del debito pubblico né ai lavoratori comuni che si trovano oberati dal debito. Quando i paesi e le persone povere sono in ritardo con i loro debiti, infatti, le "soluzioni" quasi sempre peggiorano le cose, risultando in tassi di interesse più alti e sistemi più onerosi di punizione e sorveglianza. Guadagnarsi una reputazione a rischio di credito, sia come individuo che come paese povero, comporta la minaccia di perdere l'accesso al credito del tutto. Questa minaccia agisce come un potente deterrente all'insolvenza, costringendo i paesi e le persone povere ad accettare termini predatori che li rinchiudono abitualmente in spirali senza fine di indebitamento, povertà e disperazione.

Ma cosa succederebbe se capovolgessimo la piramide?

Se è vero che i paesi e le persone povere usufruiscono di poche protezioni tra quelle delle corporazioni ricche, hanno però il potere della forza collettiva. Anche se il "potere strutturale della finanza" - cioè la capacità dei creditori di decidere chi ha accesso al denaro e chi no - è cresciuto, è cresciuta anche la capacità dei debitori di mobilitare il loro ruolo cruciale nel sistema finanziario globale. Detto in un altro modo: mentre la finanza diventa sempre più centrale per l'intera economia globale, così accade per il potere politico di rifiuto del debito collettivo. Riconoscendo il loro ruolo chiave nel funzionamento del capitalismo globale, i debitori possono rivendicare le loro vite, le loro comunità, i loro paesi, e trasformare l'economia globale per sempre.

Questo saggio esamina e trae ispirazione dalle rivolte storiche dei debitori, le quali possono aiutarci a costruire un progetto di giustizia del debito costruito intorno alla nostra forza collettiva.

Il peso del debito

Gli ultimi decenni hanno visto ripetute crisi finanziarie stimolate dalla minaccia di insolvenza del debito pubblico. L'annuncio del Messico nel 1982 di non poter più far fronte ai suoi obblighi di debito estero ha innescato una spirale di crisi del debito i cui riverberi continuano a farsi sentire ancora oggi. Da allora, i paesi più poveri del mondo hanno inviato 4,2 mila miliardi di dollari in interessi ai loro creditori del Nord Globale. I governi ora si fanno carico regolarmente di nuovo debito, all’unico scopo di essere in grado di continuare a pagare i debiti esistenti spesso sotto forma di "prestiti condizionati", i quali vengono concessi sotto richiesta di tagli di bilancio, austerità e smantellamento delle istituzioni democratiche, come nel caso dell'Ecuador nel 202 per mano del FMI. La paura di perdere l'accesso al capitale necessario per lo sviluppo mantiene allineati molti paesi poveri, dato che i paesi più potenti del mondo e le più grandi istituzioni finanziarie colludono per garantire che i paesi che minacciano di essere inadempienti siano puniti con la minaccia di tagliare del tutto il credito.

Non è sempre stato così. In epoche precedenti, gli stati erano spesso inadempienti con i loro debiti, mettendo un creditore contro l’altro o rinegoziando il debito per pochi spiccioli. Alcuni stati vollero andare anche oltre, come in un caso avvenuto durante gli anni '30, all'indomani della Grande Depressione. Il governo messicano stava già affrontando l'ira dei creditori e dei governi potenti da decenni, essendo stato inadempiente sul suo debito estero durante la rivoluzione messicana. Gruppi di banchieri e obbligazionisti si riunirono per formare cartelli di creditori per assicurarsi che nessuno avrebbe prestato al Messico finché i suoi debiti non fossero stati ripagati. In risposta, il ministro degli Esteri messicano José Manuel Puig Casaraunc nel 1933 espose una visione del potere collettivo dei debitori che risuona ancora oggi. Egli chiese di riconoscere la necessaria interdipendenza implicata nel debito: il credito è "un'equazione” di almeno due termini", sosteneva, e "esattamente lo stesso servizio è reso dalla parte che concede il prestito come dalla parte che lo prende". Cioè, così come il debitore ha bisogno dei fondi del creditore, il creditore ha bisogno di uno sbocco produttivo per il suo capitale in eccesso: il mutuatario. Senza quel mutuatario disposto a prendere i loro fondi e restituirli con gli interessi, i creditori non guadagnerebbero soldi.

Ma il sistema finanziario internazionale non riconobbe il ruolo cruciale che i debitori giocavano nel funzionamento del sistema capitalista globale. Puig sosteneva, quindi, una "nuova concezione legale e filosofica del credito", tale da riconoscere il ruolo centrale che i debitori giocano - e nella quale i debitori, collettivamente, riconoscano il proprio potere all'interno del sistema.

La sua visione di una distribuzione democratica del credito, nella quale le economie e società dei debitori non siano subordinate ai motivi di profitto delle più grandi e potenti istituzioni finanziarie, non fu realizzata negli anni '30. Ma il suo appello a riconoscere il ruolo cruciale dei debitori per il funzionamento dell'economia globale risuona ancora, e può guidare il potere collettivo dei debitori, sia individuali che nazionali.

Quando i debitori diventano indisciplinati

Quando i governi minacciano insolvenza, questo fa notizia. Ma gli individui privati che non pagano i mutui o le carte di credito non fanno notizia, tranne quando molte persone vanno in "mora" tutte insieme: solo allora possono scuotere le fondamenta morali ed economiche del sistema finanziario.

Naturalmente, il percorso dalla resistenza al trionfo del debitore è tutt'altro che certo. Quando milioni di mutuatari subprime [erogati a clienti definiti “ad alto rischio”] statunitensi sono andati contemporaneamente in insolvenza sui loro mutui, sono stati i prestatori - non i debitori - a riuscire ad affermare il loro potere. Mentre il governo degli Stati Uniti salvò i prestatori dalla bancarotta, gli stessi prestatori avviarono procedure di pignoramento contro 1,3 milioni di proprietà nel 2007, 2,3 milioni di proprietà nel 2008 e 2,8 milioni nel 2009. Milioni di persone - sia mutuatari di "prime" che di "subprime" e le loro famiglie - persero le loro case. Le minoranze e le donne furono i più colpiti.

Eppure, la storia finanziaria recente è anche piena di esempi di mutuatari che hanno rinegoziato collettivamente o rifiutato gli obblighi di pagamento che non consideravano più validi. Prendiamo il caso dei cittadini islandesi che ripudiarono i debiti delle banche del paese, eccessivamente indebitate. La storia ufficiale ha registrato questi eventi, tra il 2008 e il 2011, come la "crisi finanziaria islandese", anche se in realtà fu una rivolta dei debitori a livello nazionale e una rivoluzione politica. Le banche private islandesi avevano offerto conti di risparmio estremamente lucrativi agli investitori all'estero, e avevano accumulato debiti esterni impagabili per un valore superiore a cinque volte il PIL del paese. Il governo del Regno Unito invocò la legislazione antiterrorismo per costringere il governo islandese al rimborso. I cittadini islandesi tuttavia respinsero il piano di rimborso due volte e spodestarono il loro governo nella "Rivoluzione delle pentole e padelle", che portò alla creazione di un'Assemblea dei cittadini per discutere le modifiche alla Costituzione islandese. Banchieri e politici furono processati, condannati al carcere e la maggior parte del debito fu cancellato.

L’esempio dell'Islanda può sembrare difficile da emulare per altri. Eppure, anche alcune delle persone più povere al mondo hanno dimostrato il potere che i debitori possiedono quando agiscono collettivamente. A partire dalla Bolivia nel 2000, un'ondata di rivolte dei debitori ha travolto l'industria globale della microfinanza, con milioni di poveri in Bosnia-Erzegovina (2008), Nicaragua (2008-9), India (2010-11) e Marocco (2011-13) che hanno protestato contro richieste irragionevoli, rifiutandosi di pagare, e forzando rinegoziazioni del debito e cancellazioni. In molti casi, è stata la forza eccessiva usata dalle istituzioni di microfinanza a scatenare l'indignazione popolare e la solidarietà tra la classe, altrimenti non organizzata, dei microcreditori - tipicamente artigiani, venditori ambulanti e piccoli agricoltori - e a catalizzare prima le richieste di rinegoziazione dei termini del prestito, e poi il rifiuto assoluto.

In Nicaragua, dopo che alcuni mutuatari vennero arrestati, altre decine di migliaia chiesero il loro rilascio e condizioni migliori. Nacque così un movimento sotto il semplice slogan No Pago (Non pago). Dopo che gli scontri con le autorità locali mandarono a fuoco gli uffici di microfinanza, i politici presero nota e i rappresentanti di No Pago riuscirono a portare due disegni di legge in parlamento, costringendo i prestatori a rinegoziare termini di prestito più lunghi e tassi di interesse più bassi. In India, dopo che gli agenti di credito costrinsero decine di persone a suicidarsi (i prestatori di microfinanza volevano ottenere la loro assicurazione sulla vita), sono scoppiate proteste e violenze in tutto l'Andhra Pradesh, costringendo il governo statale a decretare lo stop a tutte le attività di microfinanza. Quando gli agenti di credito tornarono, trovarono i mutuatari collettivamente ostili e non disposti a pagare, e oltre 1 miliardo di dollari di prestiti furono cancellati. Nel sud povero del Marocco, durante la primavera araba, un movimento guidato da donne, Victimes du Microcrédit, organizzò la resistenza contro la riscossione dei prestiti e chiuse gli uffici di microfinanza. Tuttavia, il governo marocchino colluse con i prestatori e soppresse il movimento.

Questi esempi servono ad illustrare come anche alcuni dei debitori più poveri al mondo hanno esercitato con successo il potere collettivo. Naturalmente, le rivolte dei debitori possono essere disordinate e piene di rischi politici: No Pago è stato ampiamente cooptato dal governo di Daniel Ortega; i giganti della microfinanza dell'Andhra Pradesh si sono semplicemente spostati in altri stati indiani; e le donne che guidarono Victimes du Microcrédit sono state condannate al carcere. Tuttavia questi esempi esprimono una crescente coscienza debitoria intorno a ciò che EP Thompson ha chiamato "economia morale": una fondamentale, universale insistenza della gente comune su risultati di mercato equi e la loro volontà di intraprendere azioni dirette per ottenerli.

Diventare una minaccia sistemica

Nel XVIII e XIX secolo, l'economia morale dei lavoratori ha dato vita al movimento sindacale. Nel XXI, la disobbedienza dei debitori potrebbe diventare la base per un movimento globale? Gli attori della classe dirigente spesso ritraggono i debitori insolventi come contadini ignoranti, luddisti finanziari o pedine politiche populiste. Una politica progressista del debito rovescia la condiscendenza, rivela le dinamiche di classe e aiuta a costruire il potere collettivo dei debitori che non possono o non vogliono pagare.

La coscienza di classe dei debitori e il consenso per agire non saranno facili da costruire. I debiti sono spesso nascosti dalla vergogna e intrisi di obblighi morali (devi pagare ciò che hai promesso). Ma che sia espresso come negli USA "l'1% contro il 99%" o in Nicaragua come "usurai contro contadini", la gente ha una consapevolezza soggettiva delle relazioni oggettive del debito. All'apice delle catene globali del valore finanziario - che siano costruite su mutui o su prestiti di microfinanza - in definitiva siedono gli accumulatori di capitale più ricchi del mondo, mentre alla base siedono debitori e cittadini che possono conformarsi o smettere di stare al gioco. Più grande è il collettivo, maggiore è il suo potere, se usato. I mercati finanziari dipendono da flussi di pagamento regolari, e il potere di interromperli rende i collettivi dei debitori una potente minaccia sistemica al capitalismo finanziarizzato.

Internazionalismo dei debitori

Data la struttura globale dei regimi di debito, l'internazionalismo è indispensabile. I movimenti dei debitori formati a livello nazionale o subnazionale non devono essere lasciati a combattere da soli. La solidarietà internazionale è stata fondamentale per il successo dell'Islanda, per esempio, poiché un pubblico globale ha guardato con simpatia e sostenuto l'Islanda contro le minacce britanniche. La protesta dei micro-debitori non ha catturato la stessa attenzione globale. Un test cruciale sarà l'imminente crisi di micro-debito della Cambogia: I cambogiani sono "la più grande classe di microcreditori del mondo", e fino a 2,2 milioni di persone sono a rischio di perdere la loro terra che era stata data come garanzia. Le forze progressiste li sosterranno?

La forza dei prestatori è visibile ovunque. I debitori stanno scoprendo solo ora la loro. I debitori possono esercitare un potere collettivo quando:

  • evidenziano l'interdipendenza della relazione di debito;
  • diventano consapevoli degli interessi comuni e si organizzano;
  • sono in grado di combinare richieste specifiche di cambiamento con minacce di rifiuto fondamentale di ripagare; e
  • lavorano in solidarietà con movimenti progressisti più ampi.

Un movimento internazionale progressista può aiutare i debitori ribelli a portare la lotta nei palazzi della finanza. Può riunire i movimenti dei debitori, co-sviluppare strategie d'azione e tradurre richieste particolari in un linguaggio politico universale, come la democratizzazione dell’insolvenza. Quando i debiti non servono a nulla se non a permettere una maggiore accumulazione di ricchezza privata, dichiararli illegittimi colpisce il cuore del capitalismo finanziario, che si rivela eccezionalmente fragile e dipendente dal sostegno politico di fronte alle minacce sistemiche. Perciò, le vittorie politiche tattiche, come la cancellazione del debito, una più forte protezione dei consumatori e la responsabilità finanziaria sono passi verso un premio più grande: la proprietà solidale e senza debiti dei mezzi di produzione.

Christy Thornton e Philip Mader sono membri del Collettivo Internazionale Progressista per la Giustizia del Debito.

Christy Thornton è professore assistente di sociologia e studi latinoamericani alla Johns Hopkins University, dove aiuta a guidare l'iniziativa America Latina in un mondo in via di globalizzazione.

Philip Mader è un economista politico e sociologo economico che fa ricerca e insegna all'Istituto di Studi sullo Sviluppo, Regno Unito.

Dal team del Progetto dell’Internazionale Progressista

Viviamo in un mondo di debiti. La profondità e l'ampiezza della "indebitazione" globale è difficile da esagerare. La tesi principale di questa raccolta è che tutte queste dinamiche disparate - i fondi speculativi che rastrellano profitti pandemici, gli studenti che lottano per permettersi un'istruzione, i micro-creditori sull'orlo della bancarotta - sono diverse manifestazioni dello stesso meccanismo strutturale di base nel cuore del sistema finanziario globale: il ciclo infinito di guadagni privatizzati e perdite socializzate. In poche parole, i ricchi diventano più ricchi, mentre i poveri, per natura, rimangono poveri.

L'obiettivo di questo Collettivo è l'obiettivo dei movimenti progressisti di tutto il mondo: porre fine a questo ciclo. Leggi il progetto completo di giustizia del debito qui. Se sei interessato a farne parte, scrivi a Varsha Gandikota-Nellutla a [email protected]

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Authors
Philip Mader and Christy Thornton
Translators
George Senni McTaggart and Michele Fiorillo
Published
13.04.2021

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