«Il cammino verso la libertà è lastricato di sacrifici, lacrime, fame, vestiti contaminati dai pidocchi, sangue e morte.»
Dedan Kimathi
«Non si costruisce nulla partendo dall’alto.»
Proverbio africano
Nella tradizione marxista, il partito d’avanguardia è uno strumento indispensabile nella lotta per la liberazione. In un mondo strutturato dall’imperialismo, la democrazia è fortemente limitata, soprattutto nella periferia globale. Essa serve principalmente gli interessi delle potenze imperiali e di quelle élite nazionali che agiscono per loro conto. Questi rapporti sociali non solo determinano la vita quotidiana di miliardi di persone, ma esercitano anche un controllo rigido sulle sfere della politica, della cultura, dell’istruzione e dell’informazione. Nella maggior parte dei casi, le elezioni offrono una scelta tra partiti politici che, in modi diversi, sono tutti impegnati nella conservazione del capitalismo. In questo contesto, lavoratori, contadini e poveri urbani sono costretti ad allinearsi a orizzonti politici stabiliti dai loro oppressori, che non mettono particolarmente in discussione i rapporti sociali imposti dal capitalismo e dall’imperialismo. È per questo che gli oppressi hanno bisogno di uno strumento politico capace di rappresentarli come classe. Questo è il ruolo del partito rivoluzionario, che mira a sviluppare, promuovere e portare avanti le aspirazioni delle classi lavoratrici e oppresse nel cammino verso il socialismo.
Perché è necessario un partito rivoluzionario?
Nel Manifesto del Partito Comunista, Karl Marx e Friedrich Engels scrissero che il capitalismo «crea i propri becchini».¹ La concentrazione del capitale nelle mani di una sola classe genera anche una classe lavoratrice, che è la creatrice di tutta la ricchezza della società. Questa classe, come dimostrarono Marx ed Engels, può impadronirsi dei mezzi di produzione e reindirizzare il profitto verso il miglioramento della vita umana. Tuttavia, questo processo non si sviluppa spontaneamente. Inizialmente, i lavoratori vivono il proprio sfruttamento in modo individuale piuttosto che collettivo, e l’ideologia della classe dominante permea la società, rendendo difficile l’organizzazione comune. Il partito rivoluzionario funge da veicolo per superare questi limiti, condensando l’esperienza della classe lavoratrice,elaborando, sviluppando e diffondendo la teoria rivoluzionaria, e fornendo una direzione strategica alla lotta di classe.
La Rivoluzione d’Ottobre del 1917 offrì un banco di prova. Vladimir Lenin dimostrò che la classe lavoratrice, se limitata all’attivismo sindacale — che tendeva a concentrarsi esclusivamente su questioni salariali e sull’orario di lavoro — non sviluppava autonomamente rivendicazioni più ampie di rappresentanza politica. Essa non era consapevole della propria capacità di governare un intero Stato. Era necessario un partito di rivoluzionari professionisti per introdurre la coscienza socialista nel movimento operaio, per aiutarlo a organizzarsi e per consentirgli di realizzare la propria missione: la conquista del potere statale. In questo modo, il partito rivoluzionario diventa l’espressione concentrata della coscienza di classe, l’istituzione che trasforma la classe lavoratrice da “classe in sé” (una categoria economica oggettiva) a “classe per sé” (un soggetto politico consapevole e un agente della storia). Questa missione non può essere realizzata da una ONG, da un circolo di dibattito o da un vuoto contenitore elettorale. Essa richiede un partito fondato sull’esperienza storica, radicato tra le masse e rafforzato dalla teoria.
Oggi, in gran parte della periferia globale, tra le file degli oppressi rientra anche una significativa popolazione rurale e, in misura crescente, un numero sempre maggiore di persone che si trovano completamente al di fuori della forza lavoro. In tutto il mondo è in corso un esodo storico dei lavoratori rurali verso le città, causato da fattori quali l’accaparramento delle terre e il cambiamento climatico. Queste popolazioni sono costrette a confluire in baraccopoli urbane in rapida espansione, dove si riducono a forme di lavoro informale o precario, oppure non hanno alcuna prospettiva occupazionale. Nel continente africano, circa il 40% della popolazione vive oggi in condizioni di questo tipo:gruppi sociali per i quali un cambiamento politico rivoluzionario rappresenta una necessità esistenziale.² In questo contesto, il ruolo del partito d’avanguardia nell’unire gli oppressi e nel trasformare la loro resistenza, spesso spontanea, in azione rivoluzionaria consapevole diventa cruciale.
Il Partito Comunista Marxista del Kenya (CPMK) rappresenta uno sforzo contemporaneo per costruire un’organizzazione di questo tipo — un partito d’avanguardia di lavoratori, poveri urbani e contadini del Kenya, che mira a svolgere un ruolo di guida nella lotta in corso contro il capitalismo, il neo-colonialismo e l’imperialismo. Le sue esperienze rivelano non solo la vitalità persistente del pensiero marxista rivoluzionario, ma anche i modi in cui il marxismo viene applicato alle condizioni particolari del Kenya contemporaneo.
Il CPMK è emerso nel contesto di una lunga lotta contro la dominazione coloniale e la sovversione imperiale: l’indebolimento inizialmente evidente e, successivamente, più nascostodella sovranità nazionale. Il colonialismo britannico, instaurato alla fine del XIX secolo, si appropriò delle migliori terre e risorse naturali a beneficio dei coloni bianchi e della potenza coloniale. Attraverso strumenti legali come la normativa delle Terre della Corona del 1902, l’Impero britannico dichiarò tutte le terre “non occupate” proprietà della Corona, criminalizzando di fatto le forme africane di regime fondiario e privando milioni di persone dei loro territori ancestrali. Le terre più fertili, le famigerate “White Highlands”, erano riservate esclusivamente ai coloni europei, mentre la maggioranza africana veniva confinata nelle riserve indigene o ridotta alla condizione di occupanti abusivi nella loro stessa terra. Per costringere gli africani a lavorare come salariati nelle fattorie dei coloni e nelle industrie nascenti, l’amministrazione coloniale impose tasse sulle capanne e imposte capitarie, istituì un coprifuoco per controllare gli spostamenti e cercò di reprimere la resistenza conpunizioni corporali ed esecuzioni.
La resistenza al dominio coloniale emerse presto, con varie forme di rivolte spontanee che si svilupparono parallelamente a movimenti organizzati per la liberazione nazionale. La Kikuyu Central Association, fondata nel 1924, e la Kenya African Union, istituita nel 1944, rappresentano i primi tentativi di organizzazione politica contro il dominio coloniale. L’amministrazione coloniale rispose con una repressione sempre più violenta, bandendo le organizzazioni politiche africane e arrestando i loro leader.
La lotta per la liberazione nazionale raggiunse il suo apice con la rivolta dei Mau Mau negli anni Cinquanta, un movimento rivoluzionario contadino che sollevò le armi contro l’occupazione britannica. La ribellione, guidata dalla Kenya Land and Freedom Army, si organizzò sotto lo slogan Gĩthaka na Wĩtĩkio!, Terra e Libertà!, che rifletteva la realtà della vita di milioni di kenyani costretti ad affrontare l’alienazione dalla propria terra, lo sfruttamento economico e l’esclusione politica. La rivolta scosse il regime coloniale fino alle fondamenta. La risposta britannica fu feroce. Più di 1,5 milioni di persone — principalmente appartenenti alla comunità Kikuyu — furono rinchiuse in campi di concentramento. Migliaia furono torturate, giustiziate o sottoposte a lavori forzati in condizioni disumane. Intere comunità furono sradicate e le punizioni collettive divennero la norma. Ciò che veniva presentato come una campagna contro l’insurrezione era in realtà una campagna di terrore progettata per schiacciare la resistenza e riaffermare il controllo coloniale. I dati ufficiali riportano circa 11.000 combattenti Mau Mau uccisi, sebbene il numero reale di kenyani morti sotto la violenza britannica sia significativamente più alto.
Con l’intensificarsi della lotta armata, la Gran Bretagna cambiò strategia, passando dalla repressione diretta alla creazione di una transizione di potere pilotata che, sotto le vesti di liberazione formale, preservasse i proprio interessi economici. Questo portò alla cosiddetta “Falsa Indipendenza” del 1963, un momento storico che non smantellò lo stato coloniale, ma ne trasformò i meccanismi di dominio. Attraverso le conferenze di Lancaster House, dalle quali fu esclusa l’ala radicale della lotta anti-coloniale, la Gran Bretagna consegnò le redini del potere a una borghesia compradora fedele: una classe che, attraverso il proprio arricchimento, avrebbe sostenuto la logica economica del colonialismo senza le sue vesti politiche formali. Questa nuova élite accettò un assetto neocoloniale che lasciava intatti gli interessi commerciali britannici, la proprietà terriera e l’influenza militare. Il risultato fu la nascita di uno Stato neocoloniale, una facciata nera per un controllo bianco perdurante. Come recita il manifesto del CPMK:
«Al di là di poche e limitate riforme, i governi succeduti al colonialismo hanno mantenuto il sistema che perpetua i problemi per cui il nostro popolo ha combattuto. Coloro a cui le terre furono sottratte con la forza dai coloni sono ancora senza terra… Condizioni di lavoro simili alla schiavitù esistono ancora nelle piantagioni straniere e locali, che pagano salari da fame a una manodopera mal organizzata.»
L’era post-indipendenza sotto Jomo Kenyatta consolidò l’ordine neocoloniale in Kenya. I radicali come Pio Gama Pinto, marxista impegnato nella liberazione panafricana, furono assassinati, mentre il partito di sinistra Kenya People's Union (KPU), promotore di trasformazioni più radicali, fu bandito nel 1969. Negli anni successivi, furono presi di mira anche scrittori e intellettuali a sostegno delle lotte dei contadini e dei lavoratori — tra i più noti Ngũgĩ wa Thiong’o, trattenuto senza processo nel 1977 dopo aver messo in scena un’opera teatrale radicale in lingua Gikuyu con un gruppo teatrale comunitario.
Quando Daniel arap Moi assunse la presidenza nel 1978, il Kenya sprofondò in una dittatura a partito unico, caratterizzata da una repressione feroce, torture diffuse — anche nella famigerata Nyayo House — e dall’imposizione di Programmi di Modifica Strutturale da parte del FMI e della Banca Mondiale, che portarono alla privatizzazione dei beni statali, intensificando le disuguaglianze e minando le già fragili tutele sociali presenti nel paese.
La reintroduzione del sistema del multipartitismo negli anni ’90 si rivelò un’illusione. Le élite si riorganizzarono con successo in una serie di fazioni concorrenti all’interno della stessa classe compradora. Dal KANU e dal NARC fino a Jubilee e Kenya Kwanza, esse usarono i nuovi partiti politici per contendersi il controllo dell’apparato statale — spesso mediante la mobilitazione deliberata delle identità etniche, utile a oscurare le divisioni materiali e a consolidare il potere delle élite. Anche la celebrata Costituzione del 2010, pur contenendo riforme progressiste, mantiene un orientamento fondamentalmente capitalista. «La verità è che i valori nazionali descritti dalla Costituzione», afferma il CPMK, «non possono realizzarsi sotto il capitalismo, solo sotto il socialismo».
Per rompere il ciclo della dominazione neocoloniale, il CPMK ha tracciato un percorso rivoluzionario fondato sull’applicazione della teoria marxista-leninista alle condizioni specifiche del Kenya. Questa strategia rifiuta la via del riformismo. Lo stato neocoloniale, creato per sostenere la subordinazione del Kenya all’impero, non può essere riformato. Esso deve essere abbattuto e ricostituito per servire i lavoratori, i contadini e la massa crescente di persone che vivono e lavorano in modo informale nelle città. Il nucleo teorico di questa strategia è la Teoria della rivoluzione a due stadi, secondo la quale, in una società semi-feudale e neocoloniale come il Kenya, la lotta deve procedere attraverso due fasi distinte ma dialetticamente collegate.
La prima e immediata fase è la Rivoluzione Democratica Nazionale (RDN). Si tratta di una fase rivoluzionario-democratica il cui obiettivo principale è la distruzione completa del neocolonialismo e dei suoi pilastri interni. Tra i suoi compiti vi sono: annientare la classe dei grandi proprietari terrieri per restituire la “terra a chi la coltiva”; porre fine alla dominazione imperialista espellendo le forze militari straniere e liberandosi dal controllo finanziario del FMI e della Banca Mondiale; abolire l’apparato statale neocoloniale e sostituirlo con organi di potere popolare. Il partito sostiene che saltare questa fase significherebbe ignorare le realtà concrete del Kenya: la questione agraria irrisolta, l’ampia massa contadina come forza rivoluzionaria e il potere radicato di una classe compradora al servizio del capitale straniero.
Al centro della RDN vi è la lotta per riconquistare la Sovranità Nazionale. Il CPMK definisce la sovranità non come una formula legale o una bandiera all’ONU, ma come la capacità concreta di un popolo di controllare la propria terra, il proprio lavoro, le proprie risorse e il proprio destino. La sovranità del Kenya fu tradita dalla classe compradora al momento dell’indipendenza e continua a essere svenduta attraverso il debito, accordi commerciali ineguali e patti militari. Riconquistare la sovranità costituisce dunque un prerequisito strategico per avviarsi verso la costruzione socialista. Senza il controllo sull’economia, sulle risorse e sullo Stato, ogni tentativo di costruire il socialismo sarebbe frenato dai poteri stranieri.
La seconda fase della lotta rivoluzionaria è la Rivoluzione Socialista. Essa prevede la socializzazione dei mezzi di produzione, l’instaurazione della dittatura del proletariato per difendere la rivoluzione da nemici esterni e interni, e la trasformazione complessiva della società al fine di eliminare povertà, disuguaglianze e tutte le forme di oppressione.
Questo quadro a due fasi si riflette nel programma politico del CPMK. Il Programma Massimo del partito rappresenta gli obiettivi finali del socialismo e del comunismo. Il Programma Minimo comprende i compiti rivoluzionario-democratici della RDN: non si tratta di rivendicazioni riformiste o socialdemocratiche, ma di aspirazioni chiare e necessarie per avanzare attraverso le due fasi del processo rivoluzionario. Questa distinzione è centrale nella teoria del cambiamento del CPMK e riflette il suo rapporto con il potere elettorale. Pur partecipando tatticamente alle elezioni, l’obiettivo strategico del partito non è conquistare cariche all’interno dello stato neocoloniale, ma sfruttare il processo elettorale per costruire il potere organizzato delle masse.
Il CPMK non è nato dal nulla ma si sviluppa da quella che definisce “il lungo filo del comunismo kenyano”, una tradizione rivoluzionaria radicata nella resistenza anti-coloniale e costretta a operare clandestinamente per decenni. Questa discendenza risale all’ala radicale e proto-rivoluzionaria dei Mau Mau, che terrorizzava sia il capitale dei coloni sia il cuore dell’impero con le sue rivendicazioni di redistribuzione della terra e di anti-imperialismo. Questo entusiasmo fu portato avanti da figure come Bildad Kaggia, il nazionalista radicale; Pio Gama Pinto, il martire marxista; e Oginga Odinga, leader della KPU di sinistra. Dopo l’assassinio di Pinto e il divieto della KPU, l’organizzazione di sinistra fu brutalmente repressa, sopravvivendo solo in formazioni clandestine come il December Twelfth Movement e circoli di studio socialista che sfidarono la dittatura di Moi pagando un caro prezzo.
Il partito nella sua forma attuale è emerso dal Partito socialdemocratico del Kenya(SDP), formatosi dopo la reintroduzione del multipartitismo negli anni ’90. Per anni, l’etichetta “socialdemocratica” fu una concessione pragmatica a un contesto politico intriso di anticomunismo. Ma nel 2019, il nucleo di sinistra del partito stabilì che i tempi fossero maturi per una rottura decisiva con il riformismo. Durante il suo Terzo Congresso Nazionale, il partito fu formalmente trasformato nel Partito Comunista del Kenya(CPK), segnando il superamento definitivo dei vincoli della politica e delle idee socialdemocratiche.
La reazione dello Stato fu immediata. Il Registro dei Partiti Politici si rifiutò di registrare il nuovo nome, sostenendo che il Kenya «non può autorizzare partiti socialisti/comunisti». Il partito reagì con azioni legali e mobilitazioni pubbliche, ottenendo una vittoria storica in tribunale nell’aprile 2019, che confermò il suo diritto di esistere e stabilì le basi per il pluralismo ideologico in Kenya. Il successivo cambio di denominazione in Partito Comunista Marxista del Kenya (CPMK) rappresentò un ulteriore consolidamento ideologico, confermando il suo radicamento nel marxismo-leninismo e la sua applicazione alle condizioni kenyane, e la risposta alla crisi interna.
Durante le elezioni del 2022, due alti funzionari del partito, Mwandawiro Mghanga e Benedict Wachira — indicati nei documenti interni come “la banda dei due” — tradirono la posizione ufficiale di non allineamento del partito dichiarando unilateralmente il sostegno alla coalizione borghese Kenya Kwanza. La maggioranza del partito respinse questo atto di “collaborazionismo di classe” e avviò un ampio processo di autocritica e rettifica per garantire maggiore disciplina e coerenza interne. La crisi mise in luce le debolezze organizzative ereditate dal CPK, che aveva sviluppato un’ampia base di iscritti mentre lottava contro il divieto di registrazione, e aveva stabilito quella che definisce una “fondazione compromessa”, con una leadership in cui erano sempre più presenti elementi borghesi. La scissione del 2022 e il cambio di denominazione del partito contribuirono a consolidare il CPMK attorno a un blocco d’avanguardia disciplinato, la cui determinazione fu messa alla prova dalle contraddizioni della lotta di classe interna.
In quanto partito d’avanguardia, il CPMK si pone cinque compiti principali. Istruire attraverso l’educazione marxista-leninista, affinché ogni membro del partito diventi pensatore, organizzatore e agitatore. Organizza, creando cellule nelle fabbriche, nelle scuole, nelle fattorie, nelle università, nelle baraccopoli e tra le comunità della diaspora. Agita, portando la linea politica in ogni lotta di massa — dalla questione abitativa e dalla fame, l'oppressione di genere e alla mancanza di terra. Unisce, costruendo un fronte comune di forze progressiste senza diluire la leadership della classe lavoratrice nel movimento. E prepara a crisi più profonde, a repressioni maggiori e a future insurrezioni.
La forza del partito d’avanguardia è dunque determinata non solo dalla sua ideologia e dalla sua linea politica, ma anche dalla sua organizzazione rivoluzionaria, che deve essere capace di istituzionalizzare e sistematizzare il potere collettivo dei lavoratori, dei poveri urbani e dei contadini — trasformando la teoria in forza materiale. Il principio organizzativo fondamentale del partito è il centralismo democratico, una tradizione chiave nella storia dei partiti rivoluzionari. Esso si fonda su quattro pilastri: democrazia nella discussione, che consente un pieno dibattito interno; centralismo nell’azione, che richiede a tutti i membri di rispettare una decisione una volta presa; la minoranza che obbedisce alla maggioranza; e gli organi inferiori del partito che obbediscono a quelli superiori. Questa struttura è concepita per permettere sia una genuina democrazia interna, in grado di valorizzare la conoscenza e la saggezza collettiva del partito, sia un’azione unitaria. Il sistema è progettato per prevenire che il partito venga paralizzato dal frazionismo.
Il ponte tra il partito e le masse è conosciuto come la linea di massa, un metodo di direzione tratto dai processi elaborati da Mao Zedong durante la Rivoluzione Cinese. L’idea e la pratica della linea di massa riflettono un processo dialettico continuo: studiare le opinioni diffuse e non sistematiche del popolo, sistematizzarle in una linea politica chiara e restituirle alle masse sotto forma di una linea capace di unificarle e guidarle nella lotta politica organizzata. Il processo di formulazione di una linea di massa è una caratteristica centrale della democrazia socialista e garantisce che la leadership del partito sia radicata nella realtà concreta degli oppressi, prevenendo la burocratizzazione dei quadri del partito e assicurando che siano i bisogni del popolo a guidare le azioni e le teorie della lotta più ampia.
Per istituzionalizzare il proprio lavoro, il CPMK ha sviluppato specifici organi organizzativi. La Pio Gama Pinto Ideological School (PGPIS) funge da “fucina dell’educazione marxista” e da “quartier generale teorico della rivoluzione”. Essa è responsabile della formazione dei quadri in marxismo-leninismo, dello sviluppo di materiali didattici bilingue in inglese e kiswahili, e della fornitura di chiarezza teorica al movimento. Il partito ha inoltre istituito organizzazioni di massa per guidare le lotte su specifici fronti. Tra queste vi sono la Revolutionary Women’s League (RWL) e la Revolutionary Youth League (RYL). Queste leghe operano con relativa autonomia sotto la guida politica del partito, con il compito di mobilitare le rispettive basi e di formare le nuove generazioni di dirigenti.
L’obiettivo di tutta questa struttura è lo sviluppo dei quadri. Il partito mira a forgiare “guerrieri-scolari”, militanti impegnati, teoricamente preparati, radicati nelle masse e temprati dalla disciplina rivoluzionaria. Ciò viene realizzato attraverso una combinazione di studio teorico presso la PGPIS e applicazione pratica nel fuoco della lotta di classe, un processo che punta a elevare la coscienza dalla dimensione spontanea a quella organizzata. Questa istituzionalizzazione rappresenta un’evoluzione cruciale, passando da una rete informale di attivisti a un’organizzazione matura, dotata delle strutture necessarie a sostenere e sviluppare una lotta prolungata.
Da sola, la classe lavoratrice non può avanzare nella lotta per la RDN. Essa richiede un’alleanza strategica più ampia di forze progressiste tra tutte le classi e gli strati sociali, in grado di operare insieme contro i principali nemici dello Stato: l’imperialismo, la classe compradora e i grandi proprietari terrieri. Nella tradizione maoista, il CPMK chiama questo il Fronte Unito. Al centro di questa coalizione vi è la “alleanza di base” tra la classe lavoratrice, i poveri urbani e la contadinanza — le classi più sfruttate in Kenya, la cui forza combinata costituisce la spina dorsale della rivoluzione. Il ruolo del partito è fornire leadership ideologica e politica a questo fronte, garantendo che esso non degeneri in un blocco populista, vulnerabile alla manipolazione da parte degli interessi della classe dominante.
Basato su un’analisi della struttura di classe del Kenya, il CPMK integra nella sua lotta altre questioni sociali. Queste, sostiene il partito, sono espressioni integrali della lotta di classe nel contesto neocoloniale del paese. Sulla questione di genere, ad esempio, il partito rompe con i quadri liberali femministi guidati dalle ONG e promuove una posizione di “femminismo proletario”. Le donne della classe lavoratrice e contadina kenyana affrontano una “triplice oppressione” — come membri di una classe sfruttata, come donne sotto il patriarcato e come soggetti di una nazione neocoloniale. La Revolutionary Women’s League (RWL) ha il compito di guidare questa lotta, combattendo per tutto, dai diritti sulla terra e salari equi alla fine della violenza contro le donne, collegando queste questioni alla lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo e per il socialismo.
Sui diritti LGBTQ+, il CPMK lotta contro l’oppressione subita dai compagni LGBTQ+, riconoscendola come prodotto delle leggi dell’era coloniale, del fondamentalismo religioso e delle tradizioni patriarcali che continuano a gravare sulla cultura e sulla società kenyana. Il CPMK rifiuta la politica dell’odio e del bigottismo. Allo stesso tempo, rimane critico verso le “politiche identitarie” liberali, che frammentano l’unità di classe, e verso il “capitalismo arcobaleno” promosso dalle ONG imperialiste, che mercifica l’identità lasciando intatti i sistemi di sfruttamento. In altre parole, il partito cerca di integrare la lotta per la liberazione sessuale e di genere in un quadro marxista-leninista, evitando le trappole sia del rifiuto dogmatico sia della cooptazione liberale.
Sulla crisi ecologica, il CPMK la considera un elemento inseparabile di una più ampia “guerra di classe” e un prodotto diretto dell’accumulazione imperialista. L’imperialismo è responsabile di oltre l’80% delle emissioni storiche di CO₂, eppure coloro che ne subiscono maggiormente gli effetti sono i contadini africani, non i grandi proprietari europei; i pescatori di Lamu e del Lago Vittoria, non gli dirigenti di Wall Street; e i poveri urbani di Mathare e Kibera, non i miliardari di Davos. Il partito rifiuta il greenwashing del capitalismo e le false soluzioni come i mercati del carbonio, che definisce “imperialismo verde”, una nuova forma di controllo coloniale. Esso propone invece un’“Ecologia del Popolo”, una lotta radicata nella linea di massa che collega la battaglia per la giustizia ambientale alla rivoluzione agraria, alla sovranità alimentare e all’anti-imperialismo, esigendo riparazioni ecologiche dai poteri imperialisti.
Infine, il partito mantiene un forte impegno per l’internazionalismo e il panafricanismo rivoluzionario. Esso rifiuta il panafricanismo inefficace e guidato da compratori, promosso da istituzioni come l’Unione Africana, sostenendo invece l’unità continentale fondata sulla lotta per il socialismo e contro l’imperialismo. Le correnti progressiste nella diaspora kenyana sono considerate un distaccamento strategico della rivoluzione, incaricato di educazione politica, organizzazione e costruzione di solidarietà. Questo lavoro internazionale è coordinato da un Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale Organizzativo (IDCOC), che sviluppa legami con movimenti rivoluzionari in tutto il mondo, dalla Palestina e dalle Filippine fino a Cuba e Venezuela.
La storia della lotta rivoluzionaria africana è stata segnata da gravi tradimenti e sconfitte. I leader che cercarono di sviluppare strategie per la sovranità nazionale, da Pio Gama Pinto a Thomas Sankara, da Patrice Lumumba a Muammar Gheddafi, furono deposti ed eseguiti dalle potenze occidentali, in collusione con le élite compradore nazionali. Ognuna delle loro lotte era radicata in organizzazioni di massa che miravano a unire il popolo in una lotta comune per la liberazione e il socialismo. In tutto il continente, questa lotta subì un arretramento con l’affermarsi dei dogmi neoliberisti e il ruolo demobilizzante delle ONG, che trasformarono le questioni di liberazione in appelli alla riforma.
Ma la lotta deve continuare. L’Africa rimane il continente più sfruttato del pianeta. Le sue risorse vengono depredate. Il suo lavoro è svalutato fino al punto della sua distruzione sistematica. Le sue terre vengono rubate. I debiti imposti alle sue nazioni ne paralizzano la capacità di governare. I suoi Stati sono occupati da eserciti stranieri che agiscono come garanti degli interessi imperialisti. ONG, media e progetti accademici finanziati dall’Occidente esercitano un potere significativo nei paesi di tutto il continente. Di conseguenza, la vita dei popoli africani è tragicamente accorciata, una crisi che i cambiamenti climatici e la devastazione ambientale minacciano di generalizzare.
Il CPMK esiste dunque all’interno di una lunga tradizione storica, che riconosce come la trasformazione rivoluzionaria del Kenya, e delle nazioni oltre di esso, sia sia una condizione necessaria per la sopravvivenza sia un risultato inevitabile delle profonde contraddizioni tra oppressi e oppressori. Il partito si muove con il flusso della storia, costruendo sui successi e sugli errori del passato per stabilire la sua presenza in ogni luogo di lavoro, villaggio rurale e insediamento urbano, elevando l’organizzazione e la coscienza delle masse per consentire la loro vittoria finale.
