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“Possiamo vincere. E vinceremo.”

Al Congresso dei Popoli del Gruppo dell’Aia, Omar Barghouti, co-fondatore del movimento BDS per i diritti della Palestina, ha spiegato perché essa rappresenta, al tempo stesso, l’alba di una nuova era di impunità e l’inizio necessario di un movimento di liberazione globale.
Nel suo discorso al Congresso dei Popoli del Gruppo dell’Aia, Omar Barghouti ha sostenuto che il genocidio a Gaza, a cui stiamo assistendo in diretta, rappresenta uno spartiacque dato che le forze degli Stati Uniti e di Israele hanno abbandonato ogni finto interesse per i diritti umani e il diritto internazionale, dando inzio ad un’era in cui vige “la legge del più forte”, minacciando l’intera umanità. Ricorrendo alla teoria del cambiamento del movimento BDS, Barghouti afferma che la complicità di Stati e aziende nei crimini contro l’umanità può essere combattuta efficacemente solo costruendo il potere dal basso. 

Secondo Angela Davis, “la Palestina è davvero il centro del mondo”. Questo potrebbe implicare due cose ugualmente rilevanti. La prima è che, dopo aver commesso a Gaza il primo genocidio trasmesso in diretta al mondo, reso possibile dal colonialismo occidentale, la “totale impunità” di Israele ha sancito una nuova era in cui vige “la legge del più forte” e che minaccia l’intera umanità, non solo il popolo palestinese.

Segnata da un marcato disinteresse verso i diritti umani, la democrazia, la pace o il diritto internazionale, l’attuale fase dell’imperialismo degli Stati Uniti si fonda sulle dottrine e i meccanismi sperimentati da Israele sui palestinesi e ne è rafforzata. Per questo, la resistenza a questa nuova fase dell’impero, ormai apertamente distruttiva, deve iniziare dalla fine del genocidio in corso per mano di Israele e della sua impunità. Come ha avvertito la società palestinese fin dall’inizio del genocidio, e come ha detto il Presidente colombiano Gustavo Petro: “Gaza è solo il primo esperimento per considerarci tutti e tutte sacrificabili”.

La seconda implicazione dell’affermazione di Angela Davis è che la resistenza a questo ordine fondato sulla “legge del più forte” parte dalla Palestina. Deve iniziare dal riconoscimento dell’intersezione tra le lotte per la liberazione, per la giustizia e contro tutte le forme di oppressione, razzismo e supremazia nel mondo. L’attacco illegale e devastante condotto da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran, che rischia di innescare una disastrosa guerra regionale, lo dimostra. Fermare Israele e chiamarlo a rispondere delle proprie azioni insieme ai suoi complici è il compito più urgente per evitare una terza guerra mondiale.

Oggi la maggior parte degli Stati, tra cui Stati europei ancora profondamente coloniali, cerca di compiacere l’autoproclamato imperatore del mondo, mentre i preferiti di Israele sono alla guida della Casa Bianca e del Congresso degli Stati Uniti. In questo contesto, schierarsi con il popolo palestinese per la libertà e la giustizia, come si pone di fare il Gruppo dell’Aia, può comportare costi elevati, ma è assolutamente necessario. Nelle parole di Antonio Gramsci: “Il mondo vecchio sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Difendere il diritto internazionale significa porre fine alla complicità nei crimini contro l’umanità, siano essi commessi in Palestina, in Sudan, in Congo e anche nell’assedio criminale a Cuba. Questo è essenziale per salvare l’umanità dalla morsa di Israele e degli Stati Uniti.

La nostra teoria del cambiamento nel movimento BDS si fonda sulla costruzione di potere critico dal basso per influenzare il cambiamento politico: dal basso verso l’alto. Per resistere e smantellare un sistema di oppressione, gli oppressi hanno sempre bisogno di potere, sia esso dettato dalla solidarietà o da coalizioni intersezionali, potere del popolo, potere mediatico, culturale o legato a movimenti di attivismo. Con il sostegno di decine di milioni di persone in tutto il mondo, lo stiamo costruendo. 

Pochi mesi fa, il primo ministro isrealiano Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, ha orribilmente chiesto che Israele diventi una “super Sparta”, ammettendo di fatto per la prima volta l’isolamento generale e senza precedenti di Israele. Persino il presidente degli Stati Uniti Trump, segnato dai casi Adelson ed Epstein, nel suo recente discorso davanti al parlamento israeliano, ha avvertito Israele del suo isolamento nel mondo. Con la sua immensa eloquenza ha detto: «La situazione stava diventando un po’ brutta là fuori nel mondo. E alla fine il mondo vince. Non si può battere il mondo…»

Questo mondo siamo noi, tutti noi che con costanza e strategia abbiamo protestato per porre fine al genocidio ad opera di Israele e smantellare la sua apartheid coloniale d’insediamento. Come ammesso più volte dalle autorità israeliane, l’isolamento di Israele come stato di apartheid è partito dal movimento BDS. Non c’è dubbio che ogni boicottaggio accademico, culturale o sportivo, ogni disinvestimento, ogni campagna di approvvigionamento etico, ogni spazio libero dall’apartheid israeliana (SPLAI), ogni pressione per embarghi militari ed energetici o per l’isolamento via mare, contribuisca alla nostra liberazione.

Si dice spesso che la speranza non è una strategia. È vero. Ma colonizzare le menti degli oppressi con la disperazione è una della armi più letali nelle mani degli oppressori. Il movimento BDS, guidato dalla più ampia coalizione palestinese nella Palestina storica e nella diaspora, alimenta una speranza radicale, trasformando il nostro indicibile dolore e la nostra rabbia in un’energia guidata da principi e orientata da strategia. Un’energia che costruisca potere popolare e metta fine alla complicità.

I palestinesi sono in disaccordo su molte cose. Ma su due richieste, rivolte alle persone con una coscienza e a tutti coloro che si uniscono in solidarietà, esiste un consenso quasi generale. Esse sono: 

  1. Sostenere tutti i diritti del popolo palestinese secondo il diritto internazionale. Quanto meno il diritto alla fine dell’occupazione e dell’apartheid e il diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno e alle riparazioni;
  2. Non fare male. Questi profondi obblighi morali rappresentano un tentativo di porre fine alla complicità statale, aziendale e istituzionale nei crimini di Israele contro il nostro popolo.

Di fronte ad una minaccia, gli esseri umani e gli animali hanno una reazione di attacco o di fuga. Allo stesso modo, quando le nazioni affrontano una minaccia comune, ognuna può decidere di attaccare o salvarsi con l’accomodamento e la sottomissione alle pressioni. Questa scelta indebolisce la comunità e accresce la vulnerabilità. Se la nazione sceglie di combattere, può farlo da sola o insieme alle altre nazioni che affrontano la stessa minaccia. Nel “tempo dei mostri”, come lo definisce Gramsci, formare la coalizione più ampia possibile per lottare insieme a difesa dell’umanità non è una scelta, è una necessità esistenziale.

Per concludere, alcuni di coloro che si sono uniti in solidarietà parlano di “fatica da genocidio” e disperazione. I palestinesi non possono permettersi di essere stanchi o di perdere la speranza. Inoltre, come dice lo scrittore britannico-pakistano Nadeem Aslam: “La disperazione deve essere guadagnata. Personalmente non ho fatto tutto il possibile per cambiare le cose. Non mi sono ancora guadagnato il diritto alla disperazione”. La persistenza della complicità rende necessaria una solidarietà reale per porvi fine, per non fare del male.

La Palestina può essere o meno il centro del mondo, ma oggi è il banco di prova della capacità dell’umanità, della maggioranza mondiale, nel Sud come nel Nord, di iniziare a smantellare cinque secoli di supremazia bianca, di colonialismo e di schiavitù. La Palestina, seppur afflitta da un indicibile dolore, dovrebbe ispirare il mondo a resistere ai mostri per conquistare emancipazione, giustizia, dignità ed uguaglianza.

Possiamo vincere. E vinceremo.

Omar Barghouti è il co-fondatore del movimento BDS per i diritti palestinesi e il vincitore del Premio Ghandi per la pace nel 2017.

Available in
EnglishSpanishPortuguese (Brazil)GermanFrenchItalian (Standard)Arabic
Author
Omar Barghouti
Translators
Arianna Nuzzolese and Silvia Nuzzolese
Date
19.03.2026
SpeechesPalestine
Progressive
International
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