Il paradosso della libertà di stampa in Ruanda risiede nel fatto che, nonostante l’avvento dei media alternativi, i giornalisti più giovani sono più controllati rispetto ai loro colleghi più anziani. “La generazione di oggi? Sì, ha più paura di quella che provavamo noi”, ha dichiarato il 47enne Rubens Mukunzi in un’intervista telefonica. Rubens ha conosciuto un Ruanda precedente ai 26 anni di presidenza di Kagame. Aveva 15 anni quando si verificò il genocidio che causò la morte di almeno 800mila ruandesi. Era lo stesso anno in cui nacque Samuel Baker Byansi, oggi 32enne. Mentre Rubens ha esercitato la professione di giornalista per 13 anni prima di fuggire negli Stati Uniti nel 2013, Samuel l’ha fatto per la metà del tempo, iniziando a lavorare nel 2016 e fuggendo in Europa nel 2022. Rubens non era mai stato arrestato per il suo lavoro, sebbene fosse stato soprannominato “Mr Bean” per i suoi commenti ironici sulla politica ruandese, trasmessi all’epoca sul suo programma radiofonico. Ma Samuel ricorda di essere stato arrestato più di quattro volte per il suo lavoro.
In un’intervista telefonica, Samuel racconta uno degli arresti avvenuti nel 2022 che ha sconvolse i suoi piani di chiedere alla sua fidanzata di sposarlo. “Mi hanno arrestato per qualcosa da poco. Avevo scritto su Twitter che l’autore Kakwenza Rukirabashaija era fuggito dall’Uganda. Sono stato trattenuto in prigione per circa quattro giorni. Nessuna possibilità di comunicare. È stato terribile per me. Dovevo fare la proposta quel sabato. Vi avevano arrestato il martedì”. Il fatto che Samuel sia stato arrestato per un tweet è un segnale della sorveglianza online esercitata dal governo per controllare la libertà di espressione e limitare l’uso del social media per esprimere dissenso politico.
Nei tre mesi successivi alla raccolta delle informazioni per questa inchiesta, l’artista e YouTuber Aimable Karasira è stato ucciso (6 maggio) e le autorità ruandesi hanno confermato l’arresto (1° maggio) degli YouTuber Nsanzimana Augustin e Niyonshuti Emmanuel per “sospetta diffusione di informazioni false” attraverso il loro canale Youtube, Imbarutso ya Demokarasi (L’ascesa della democrazia). Questo è avvenuto nonostante in Ruanda guadagnare attraverso Youtube sia poco redditizio, dato che la pubblicità sulla piattaforma nel Paese è sospesa dal 2021. Dei 13 giornalisti ruandesi imprigionati registrati sul database del Committee to Protect Journalists (Commissione di protezione dei giornalisti, CPJ) almeno 10 sono Youtuber. Questi dati illustrano il paradosso della libertà di stampa nel Paese, dove l’ascesa di internet e dei media alternativi ha creato, paradossalmente, una maggiore repressione.
All’inizio della sua carriera giornalistica, Samuel ha frequentato un programma obbligatorio di educazione civica chiamato Itorero ry’Igihugu. Un rapporto di Democracy in Africa spiega che il programma fu introdotto nel 2009 nell’ambito dell’ideologia post-genocidio del Presidente Paul Kagame, con l’obiettivo di creare un “nuovo cittadino ruandese”, noto come Umunyarwanda. Rubens, che all’epoca aveva 30 anni, non frequentò mai questo programma. Samuel racconta la sua esperienza nel suo libro From Watchdogs to Traitors: The less you know, the more you believe. Nel libro, Samuel ha scritto “Il programma offre certificati che rappresentano il sostegno degli studenti al Fronte Patriottico Ruandese (FPR). Il Presidente Kagame detiene il titolo onorifico, Intore Izirusha Intambwe, una figura importante per tutti i partecipanti al programma”. All’interno del libro ricorda anche di essere stato arrestato per aver pubblicato una storia intitolata “Mangia e muori: la vendita da parte dei supermercati del Ruanda di carne tossica”.
Samuel racconta anche che le autorità ruandesi gli offrirono 500 dollari nel tentativo di reclutarlo come informatore del governo. “Lui [un’agente di polizia] espresse il desiderio di lavorare a stretto contatto con me nell’interesse del nostro Paese”, ha scritto. L’offerta era accompagnata da cene allettanti in ristoranti di lusso, carburante gratuito presso alcune stazioni di servizio, esenzioni fiscali e una sorta di lasciapassare che gli permetteva di evitare conseguenze quando violava le norme del codice della strada. “Naturalmente, all’inizio non ti reclutano dicendoti “lavorerai per noi”, ma si presentano come amici. “Vogliamo essere amici. Abbiamo qualcosa da offrirti, qualcosa di più rispetto a quello che guadagni ora”. Ricordo quando comprai la mia prima macchina in Ruanda, avrei dovuto pagare le tasse per circa cinque milioni di franchi ruandesi. A quel punto un agente dell’intelligence della polizia chiamò l’autorità competente [Rwanda Revenue Authority] e gli disse “Ah, questo è uno dei nostri ragazzi. Non c’è bisogno di fargli pagare tutte queste tasse”. E così ottenni la mia macchina senza pagare alcuna tassa. In qualche modo, è corruzione psicologica. Quando poi quella stessa persona ti richiama per un favore, ad esempio di parlare di qualcuno online, non puoi dire di no. Ti concedono tutti quei privilegi e ti danno dei soldi, ma in cambio comprometti la tua etica professionale, ed è proprio questo che vogliono. Ma vogliono anche che tu mantenga la tua credibilità come giornalista, in modo che quando li difendi ciò che dici risulta un po’ più credibile. Ti dicono “Ok, puoi fare quello che vuoi, ma quando senti che la storia rischia di metterci in cattiva luce, parlane prima con noi”, ha spiegato Samuel in un’intervista telefonica.
Per Rubens, le intimidazioni iniziarono improvvisamente a causa di un programma radiofonico che andava in onda da oltre un decennio. Nel frattempo, aveva anche fondato Oasis Gazette, un giornale educativo che metteva in luce le problematiche del sistema educativo del Paese. Rubens ricorda la prima volta che fu convocato dal Ministro di Stato per l’Istruzione a causa di una storia che aveva pubblicato nel 2009. Sul giornale era stato pubblicato il rapporto di un evento in cui il ministro aveva convocato nel suo ufficio degli studenti sorpresi a usare il telefono a scuola per “dargli una lezione”. “Voleva solo mostrargli che nessuno dovrebbe usare il telefono a scuola. Così prese tutti i telefoni che erano stati sequestrati dal preside e poi afferrò una zappa da giardino. Distrusse tutti i telefoni davanti agli studenti”, Rubens racconta in un’intervista telefonica.
Dopo aver pubblicato la storia, Rubens racconta di aver iniziato a ricevere chiamate intimidatorie dal ministro, che minacciava di chiudere la sua testata giornalistica. “È stato allora che ho iniziato a ricevere gravi vessazioni e intimidazioni. È stato allora che ho iniziato a pensare di non essere più al sicuro nel mio Paese. Finché non sono fuggito”, ha raccontato.
Sia Samuel che Rubens continuano ad esercitare ancora la professione giornalistica e a occuparsi di questioni di cui non potrebbero parlare se vivessero ancora in Ruanda.
Samuel è stato tra i giornalisti che hanno contribuito alla serie investigativa Rwanda Classified di Forbidden Stories. Insieme al suo collega John Williams Ntwali, morto in un sospetto incidente stradale dopo essere rientrato in Ruanda, ha portato alla luce il coinvolgimento dell’esercito ruandese nella guerra nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC). L’inchiesta è stata realizzata grazie alla collaborazione di 50 giornalisti appartenenti a 17 organizzazioni mediatiche in 11 Paesi.
Per raggiungere il pubblico al di fuori del Ruanda, è stata avviata una campagna diffamatoria volta a screditare l’inchiesta e i giornalisti coinvolti, attraverso una diffusione massiccia di contenuti sintetici sui social media. Un rapporto della Clemson University ha rilevato l’utilizzo dell’IA generativa per creare vignette che descrivevano i giornalisti come nemici dello Stato.
Il rapporto, intitolato “Vecchi despoti, nuovi trucchi – una rete di influenza coordinata su X potenziata dall’IA e favorevole a Kagame/RPF”, ha rivelato una rete coordinata di account sulla piattaforma X che utilizzava l’hashtag #RwandaClassified sia per screditare sia per distogliere l’attenzione dalle inchieste giornalistiche.
I social media però non sono stati l’unico strumento utilizzato. L’inchiesta ha rilevato anche l’uso di piattaforme di notiziari locali, come The Great Lakes Eye, The New Times, Igihe e Kivu Press, impiegate per pubblicare narrazioni alternative volte a negare quanto riportato dalle inchieste di “Rwanda Classified”. L’inchiesta ha inoltre individuato più di una dozzina di articoli di giornale pubblicati su piattaforme mediatiche ruandesi con l’obiettivo di screditare l’inchiesta.
Samuel, che afferma di aver lavorato per quasi tutte le testate giornalistiche nel Paese, ha dichiarato che questa è una procedura standard per il giornalismo in Ruanda. “I media sono controllati dal governo. La difficoltà maggiore che incontravo era che le storie che proponevo, venivano rifiutate dal caporedattore, non perché fossero poco valide, ma perché riteneva che avrebbero potuto causare loro dei problemi.” Per esempio, un gruppo di giornalisti ruandesi esperti è intervenuto sulla piattaforma d’informazione Igihe denunciando l’inchiesta di “Rwanda Classified” e definendola “fake news”. Uno dei giornalisti viene citato mentre afferma “che vengano, che facciano le loro indagini, che realizzino le loro storie. Non statevene lì, ovunque vi troviate, ad accettare la narrazione che vogliono diffondere sul Ruanda e confondere il mondo intero solo perché avete una piattaforma”. Questo mentre uno dei giornalisti che si trovava in Ruanda fu ucciso poco dopo la pubblicazione.
Secondo l’indice sulla libertà di stampa di Reporters Without Borders, che colloca il Ruanda al 139° posto su 180 Paesi, la maggior parte delle stazioni radiofoniche in Ruanda si concentra sulla musica e sullo sport per “evitare problemi”.
Il rapporto della Clemson University ha mostrato che quella stessa rete di account utilizzati per molestare giornalisti è passata senza alcuna difficoltà a parlare di discussioni generate dall’IA sul coinvolgimento del Ruanda con importanti squadre e competizioni sportive. Il Paese aveva stretto accordi per promuovere “Visit Rwanda” con le squadre più importanti, come Arsenal e Bayern Monaco, che nel 2025 hanno annullato le loro partnership in seguito alle pressioni esercitate dai media e dalla società. Tuttavia, il Paris Saint-Germain (PSG) ha ignorato le medesime petizioni e ha invece deciso di prorogare il proprio contratto con il governo ruandese, mantenendo i loghi “Visit Rwanda” sulle divise dei giocatori.
Per ogni singolo post pubblicato da Samuel, arrivano commenti di trolling che lo insultano. Afferma che per lo più riesce ad ignorare i troll, ma si sente particolarmente scosso quando prendono di mira la sua famiglia.
“I post che mi colpiscono davvero sono quelli in cui le persone parlano di mia madre. Mia madre è morta nel 2019, ma ogni giorno, penso persino ieri ne ho letto uno su di lei. A volte scrivono cose come “tua madre è nella tomba, non si fida di te perché hai distrutto il tuo Paese. A volte tua madre si vergogna di te.” In altri casi, Samuel veniva informato dell’esatta posizione di sua moglie e sua figlia, per poi ricevere minacce rivolte alla loro vita. È proprio questo che lo ha spinto a pianificare la fuga dal Ruanda insieme alla sua famiglia, questa volta per sempre.
Questa inchiesta ha individuate circa 50 post con l’hashtag #Muteteri che taggavano l’account di Samuel su X o rispondevano ai suoi post. Muteteri era il nome della madre di Samuel. La maggior parte dei post con questo hashtag è in kinyarwanda. Secondo Samuel, ciò è dovuto al fatto che il pubblico a cui si rivolgono è ruandese. “Il pubblico principale preso di mira dal trolling è composto da ruandesi. Non persone che vivono all’estero o in altre società. Vogliono creare paura nei ruandesi e far capire loro che non puoi andare contro il governo, non puoi criticarlo. Per questo, utilizzando principalmente il kinyarwanda, il pubblico è costituito dalla gente dei villaggi. Anche se si guardano i loro canali YouTube, i contenuti sono in kinyarwanda”, afferma Samuel in un’intervista telefonica.
Un altro hashtag, #Byansi, viene utilizzato per attaccare Samuel. Questa inchiesta ha analizzato più di mille post associati all’hashtag, oltre ai post contenenti le parole chiave “Samuel Baker Byansi”, pubblicati tra gennaio 2022 e maggio 2026. L’analisi ha rivelato che la maggior parte dei post scritti in inglese conteneva indicatori riconducibili all’uso dell’IA, che suggerivano l’impiego di IA generativa. Sporadicamente sono comparsi contenuti visivi costituiti da vignette generate dall’IA, spesso pubblicate come commenti in risposta ai post di Samuel sul Ruanda. Lo spam di commenti è una tattica frequente nelle operazioni di influenza online del Ruanda. In vista delle elezioni generali del luglio 2024, OpenAI ha riferito di aver sospeso una serie di account ChatGPT creati in Ruanda e utilizzati per scrivere tweet. Il rapporto di OpenAI ha segnalato una rete di account incentrati sulla creazioni di una serie di brevi commenti, generalmente contenenti hashtag, e ha identificato i commenti mentre venivano pubblicati su X.
L’account @CalebIrakoze su X, che è responsabile della maggior parte delle vignette su Samuel generate dall’IA, presenta un’immagine del profilo che non può essere associata a nessun individuo identificabile. Una ricerca inversa dell’immagine su Google restituisce risultati che mostrano la stessa fotografia utilizzata da diversi account su Pinterest, X, e Facebook. Tuttavia, l’account X è evidente dalle sue attività che l’account è gestito da un soggetto filogovernativo, in quanto promuove tendenze come #RwandaWorks, #Rwanda is Proud, pubblica vignette generate dall’IA volte a criticare il Presidente della RDC Felix Tshisekedi, mentre elogia il Presidente Kagame. Lo stesso account presenta più post nella sezione delle risposte rispetto a quelli pubblicati direttamente, un elemento chiaro di un account dedito allo spam di commenti. Oltre a @CalebIrakoze, l’inchiesta ha trovato una rete di oltre 100 account che commentavano sotto ogni post su Kagame dell’account X di Samuel.
Nel suo libro, Samuel definisce il Ruanda “l’Unione Sovietica africana”, dove il Paese e il governo sono una cosa sola. “Prima di Kagame, eravamo liberi di parlare. Spero che dopo la presidenza di Kagame, avremo un sistema mediatico libero”, ha affermato Rubens.
Il genocidio del 1994 in Ruanda rappresentò un punto di svolta cruciale e continua ancora oggi a essere un riferimento fondamentale per comprendere il modo in cui il Paese viene governato. Il genocidio, noto per la pulizia etnica dei tutsi, risultò nell’uccisione di oltre 800mila persone in 100 giorni. La partecipazione del Presidente Paul Kagame alla fondazione del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), nato come partito dei tutsi contrapposto all’allora governo a guida hutu, contribuì a elevarlo a simbolo di speranza.
Rubens è hutu. Samuel è tutsi.
All’epoca del genocidio, Rubens aveva 15 anni e racconta di essere stato quasi ucciso dai soldati dell’FPR. Riferisce inoltre di trovare ingiusta la continua denigrazione della popolazione hutu. “Come potete prendere che diciamo che si è trattato di un genocidio contro i tutsi se poi non vogliono che diciamo che anche gli hutu sono stati uccisi? È come se quelli dell’FPR fossero degli angeli”, ha dichiarato in un’intervista telefonica. Sollevare la questione ha effettivamente portato all’arresto di giornalisti, attivisti e politici, a causa di una legge intitolata “negazione del genocidio”.
Samuel, sebbene sia anch’egli di origine tutsi come Kagame, è stato accusato di negazionismo del genocidio per aver pubblicato critiche contro il governo. Appartiene alla generazione successiva al genocidio, ma conosce molti suoi parenti che furono uccisi durante il genocidio e altri che riportarono ferite permanenti. In un’intervista telefonica, ha raccontato di essere cresciuto con uno zio a cui era stato tagliato lo stomaco nel tentativo di tagliarlo in due.
Secondo l’avvocato Louis Gitinywa, socio senior dello studio legale Kigali Attorneys Chamber, la legge contro la negazione del genocidio è stata introdotta nel 2001. “il Paese non aveva ancora raggiunto il livello di pace di cui gode oggi. C’erano quindi questioni legate al fantasma dell’etnicismo nel Paese. La legge mirava a creare una forma di repressione giuridica nei confronti di chiunque utilizzasse l’ideologia del genocidio o il divisionismo per riaccendere le tensioni del passato”, ha dichiarato Louis in un’intervista telefonica.
Secondo Louis, la legge è stata modificata almeno tre volte a seguito dell’opposizione da parte della società civile. “L’opposizione deriva dal fatto che, a un certo punto, la legge veniva utilizzata come strumento di guerra giuridica, trasformata in un’arma per limitare la libertà di espressione”, ha affermato Louis, aggiungendo che la maggior parte delle persone perseguite sulla base di questa legge è costituita da esponenti politici che si oppongono al governo. Il caso più noto è quello della leader dell’opposizione Victoire Ingabire, che dopo aver annunciato la propria candidatura alla presidenza alle elezioni generali del 2010, fu accusata di “negazione del genocidio” e condannata a 15 anni di carcere. A causa delle critiche, il governo ha modificato alcune parti della legge, cambiamenti che Louis definisce “semplici ritocchi terminologici”. “Hanno riformulato il linguaggio, ma in sostanza, non hanno ancora fatto alcun cambiamento”.
La prima modifica alla legge del luglio 2008 fu la prima a definire e rendere l’“ideologia del genocidio” un reato autonomo. La modifica includeva pene severe, come l’ergastolo se si veniva dichiarati colpevoli. Dopo essere stata criticata per una formulazione troppo vaga, la legge fu abrogata nel 2013 e riformulata come “reato di ideologia del genocidio e di altri reati commessi”. Questa volta fu introdotta una clausola sul “negazionismo”, in base alla quale negare intenzionalmente o sminuire il genocidio contro i tutsi divenne un rito. La versione attuale della legge è stata a sua volta abrogata nel settembre 2018, comportando una riduzione delle pene, tra cui una riduzione della reclusione da 20-25 anni a cinque-sette anni.
Nel 2018, anche le Nazioni Unite hanno adottato una dichiarazione per riformulare da “Il genocidio in Ruanda” a “Il genocidio dei tutsi in Ruanda”, riconoscendo così che la stragrande maggioranza delle vittime erano tutsi, uccisi perché appartenevano a un gruppo che era stato “disumanizzato e preso di mira con l’obiettivo di sterminarlo totalmente”.
Una delle tattiche usate dai blogger filogovernativi consiste nello screditare coloro che criticano il governo fuori dal Ruanda, descrivendoli come fonti inattendibili. Alcuni post contro Samuel sostengono che lui condanni la propria patria perché ha bisogno di un visto. Esiste un termine in kinyarwanda per indicare i cittadini in esilio che criticano pubblicamente il governo: ibigarasha.
“Ibigarasha viene usato per riferirsi a noi come persone indesiderate”, ha affermato Denise Zaneza, attivista ruandese per i diritti umani, cresciuta in Belgio dopo che la sua famiglia era scappata dal Ruanda quando lei aveva 10 anni. “Ogni giorno mi chiamano in tutti i modi. Sono una nemica dello Stato, odio il Ruanda, voglio ridurre il Ruanda in cinese. Mi molestano, creano con l’IA immagini che mi ritraggono in un certo modo e poi le pubblicano. Sono campagne diffamatorie e tentativi di distruggere la mia credibilità, continuamente”, ha raccontato Denise in un’intervista telefonica. Attraverso i suoi social media e il suo canale YouTube, parla attivamente delle ingiustizie in Ruanda.
Spesso, in articoli di giornale che screditano il lavoro di Denise e la accusano di negazionismo del genocidio, viene utilizzata una foto distorta del suo volto, generata con l’IA.
Denise racconta di essere costantemente in allerta e vigile, di assicurarsi che siano state adottate tutte le necessarie misure di protezione, come l’utilizzo di canali di comunicazione criptati, perché non si sente al sicuro nemmeno mentre si trova in Belgio. “Credo che il Ruanda sia uno dei pochi Paesi al mondo che si spingono oltre i propri confini per rintracciare, perseguitare e uccidere leader di opposizione e voci di dissenso, ovunque si trovino, perché non vogliono che emerga la narrazione vera e propria. Ma, naturalmente, con internet diventa molto più difficile. Sempre più persone prendono la parola, ma questo non significa che siano al sicuro”; ha affermato.
È per questo motivo che Samuel si rifiuta di rivelare dove risiede esattamente in Europa. “Proprio oggi il nostro sito web è stato hackerato”, afferma riferendosi a M28 Investigates, la piattaforma di informazione investigativa da lui fondata. La “M” sta per Muteteri, in ricordo di sua madre.
In un rapporto intitolato “Out of Sight, Not Out of Reach” (Lontano dagli occhi, ma non fuori portata), Freedom House documenta la repressione transnazionale da parte di Paesi come il Ruanda, la Cina, la Turchia, l’Iran, la Russia e l’Arabia Saudita. Il rapporto conclude che tutti i ruandesi sono esposti al rischio di repressione transnazionale. Secondo il documento, il governo ricorre a tattiche come assassinii, trasferimenti forzati , software di sorveglianza, intimidazioni e molestie nei confronti dei familiari, minacce digitali e restrizioni alle libertà di movimento. Le inchieste di “Rwanda Classified” descrivono episodi che coinvolgono, tra gli altri casi, un ex ministro dell’Interno ruandese, assassinato in Kenya nel 1998, un capo dell’intelligence ruandese, trovato strangolato in una camera d’albergo a Johannesburg nel 2014 e un caporedattore ruandese che era stato esiliato in Svezia ed era stato sottoposto a operazioni di spionaggio nel 2013. In maniera più evidente, la giornalista investigativa Michela Wrong ha denunciato i tentativi di bandirla dalle piattaforme online, nonché episodi in cui avrebbe dovuto tenere delle conferenze in eventi pubblici in presenza a Londra, in Sudafrica e a Bruxelles, che sono stati improvvisamente interrotti a causa del suo lavoro sul Ruanda.
“La repressione transnazionale esercitata dal Ruanda è insolitamente ampia per quanto riguarda le tattiche, gli obiettivi presi di mira e la portata geografica. Dal 2014, il governo ha fisicamente preso di mira cittadini ruandesi in almeno sette Paesi, tra cui la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il Kenya, ma anche più lontano, in Sudafrica, negli Emirati Arabi Uniti e in Germania. Cittadini ruandesi che sono fuggiti in Paesi ancora più lontani, come Stati Uniti, Canada e Australia, riferiscono di vivere con una forte paura di essere controllati e di subire ritorsioni”, si legge nel rapporto.
Tuttavia, l’approccio prudente del Ruanda nei confronti della libertà di espressione non è infondato. “Possiamo criticare la mancanza di volontà politica nell’aprirsi su questi aspetti, ma dobbiamo anche concedergli il beneficio del dubbio, considerando il contesto”, ha dichiarato Louis. “Durante il genocidio, avevamo emittenti radiofoniche nazionali come RTLM Radio [Radio Télévision Libre des Mille Collines] che incitavano allo sterminio di massa. Invitavano la gente ad ‘andare a lavoro’, un modo in realtà per dire loro di andare a uccidere. Chiamavano i tutsi inyenzi, che significa scarafaggi”. RTLM radio sarebbe in seguito diventata nota come Radio Genocide o Hutu Power Radio. “Ci vuole molto tempo perché una nazione riesca a guarire da un passato così oscuro”, ha aggiunto Louis. Tra i piccoli passi avanti compiuti dal Paese verso una maggiore libertà di espressione, ad esempio, vi è la depenalizzazione della pubblicazione di vignette del presidente.
Questo articolo è stato realizzato grazie al sostegno del Michael Elliott Award dell’International Center for Journalists, che celebra quest’anno il suo decimo anniversario. Linda Ngari è una giornalista esperta in verifica dei fatti e analisi dei dati. è stata redattrice di Piga Firimbi. Si dedica con passione all’acquisizione e all’utilizzo di strumenti e competenze di OSINT per raccontare, in modo innovativo, storie che contano a un pubblico moderno ed esperto di tecnologia.
