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Come la privatizzazione ha aggravato la crisi idrica a San Paolo

La privatizzazione dell’azienda idrica di San Paolo ha orientato la gestione della crisi verso logiche di profitto, aggravando ulteriormente le disuguaglianze e la scarsità idrica nelle aree urbane più povere.
La risposta alla crisi idrica di San Paolo, successiva alla privatizzazione del 2024 di Sabesp, mette in luce come le misure di riduzione della pressione gravino in modo sproporzionato sulle periferie a basso reddito, pur proteggendo i ricavi aziendali. Gli esperti sostengono che la gestione privata incentivi il sovraconsumo e scoraggi il risparmio idrico, aggravando le disuguaglianze e lasciando lo Stato senza strumenti pubblici cruciali, come dimostrano i livelli sempre più bassi dei bacini e il mancato rispetto degli standard normativi registrati durante la crisi del 2014-2015.

Nell’ottobre dello scorso anno, una conferenza stampa ha avuto luogo  nella sala del Consiglio Statale per l’Ambiente presso la Cetesb, a San Paolo. In quell’occasione, sono state annunciatele misure da adottare in risposta a una crisi idrica che minacciava l’approvvigionamento dello Stato. In quel momento, il bacino del Sistema Cantareira aveva già raggiunto il livello più basso degli ultimi dieci anni. La soluzione proposta consisteva nella riduzione della pressione dell’acqua: un piano in sette fasi che prevedeva fino a 16 ore di funzionamento limitato prima di ricorrere al razionamento ufficiale o a interruzioni programmate del servizio.

Oltre all’inadeguatezza dell’iniziativa, soprattutto se confrontata con quanto realizzato nel 2014/2015, un ulteriore elemento emerse chiaramente. Erano presenti Thiago Nunes, amministratore delegato di Arsesp (Agenzia di regolazione dei servizi pubblici dello Stato di San Paolo), che illustrò il piano, Camila Viana, amministratrice delegata di SP Águas, e Natália Resende, Segretaria statale per l’Ambiente, le Infrastrutture e la Logistica. Non vi erano invece rappresentanti di Sabesp, l’azienda idrica privatizzata nel 2024 dall’attuale governatore dello Stato, Tarcísio de Freitas (Republicanos), ora sotto il controllo di Equatorial Energia, che ha acquisito il 15% delle azioni per 6,9 miliardi di reais. L’episodio ha evidenziato come, senza il controllo della società - che opera in oltre 370 comuni ed è responsabile del servizio per il 67% della popolazione dello Stato -, l’amministrazione statale non dispone più degli stessi strumenti usati per affrontare la crisi idrica di poco più di dieci anni fa.

«In fondo, alla base di questo   dibattito c’è una questione centrale: Sabesp è un’azienda che vende acqua. Sotto una gestione privata, più acqua vende, più incassa, quindi genera maggiori profitti e  dividendi  distribuiti agli azionisti. Questa logica può spiegare perché le misure per ridurre i consumi, come i bonus per chi risparmia o le sanzioni per chi consuma di più, adottate, ad esempio, durante la crisi del 2014 e 2015, oggi non figurino più come una politica prioritaria », osserva Edson Aparecido Silva, laureato in Pianificazione e Gestione del Territorio, segretario esecutivo di ONDAS (Osservatorio Nazionale per il Diritto all’Acqua e ai Servizi Igienico-Sanitari) e consulente per le politiche di sanificazione presso la FNU (Federazione Nazionale dei Lavoratori dei Servizi Urbani), in un’intervista a Outras Palavras.

Quando è stato annunciato il piano di riduzione della pressione dell’acqua in relazione ai livelli dei bacini, l’amministratore delegato di Arsesp ha sottolineato che tale riduzione avrebbe potuto essere percepita durante il giorno, ma che, a suo dire, non si sarebbero verificate interruzioni nell’erogazione dai rubinetti. La realtà, però, è ben diversa per chi vive più lontano dai bacini e nelle aree periferiche urbane. «Il problema è che questo tipo di soluzione operativa colpisce in modo sproporzionato le comunità meno abbienti, soprattutto quelle che vivono nelle zone periferiche e più distanti dalla rete idrica, accentuando  le disuguaglianze nell’accesso alle risorse idriche», spiega Aparecido.

L’obiettivo di questa misura, che ha suscitato una reazione piuttosto contenuta nei media tradizionali, potrebbe essere un altro. «La Sabesp privatizzata sembra essere coinvolta in un processo di normalizzazione della carenza d’acqua, come se la popolazione dovesse modellare la propria vita sulla disponibilità sempre più limitata del servizio. Le persone sono costrette a convivere costantemente con la scarsità idrica e ad adattare le proprie abitudini quotidiane a questa situazione», continua Aparecido.

La periferia paga il conto

L’ex funzionario della, ormai sciolta, Segreteria per i Servizi Igienico-Sanitari e le Risorse Idriche e attuale consulente presso ONDAS, Amauri Pollachi, spiega a Outras Palavras come la presunta soluzione adottata per affrontare gli effetti della crisi idrica non sia soltanto insufficiente, ma addirittura perversa.

«La regione metropolitana di San Paolo conta più di 50.000 chilometri di tubature, ed è impossibile garantire un equilibrio della pressione lungo tutta questa rete. Di conseguenza, interi quartieri finiscono per restare senz’acqua o ricevono solo un “filo” d’acqua, soprattutto nelle aree periferiche e in altre zone che ricorrono spesso nelle cronache, come Guarulhos, Osasco, Brasilândia, Grajaú e la zona est. Quando lavoravamo in Sabesp, dicevamo che l’acqua doveva percorrere un tragitto così lungo dal bacino per arrivare alle nostre case lontane, in periferia, che arrivava “stanca”», riassume Pollachi.

Lo stesso Pollachi ricorda, inoltre, che la normativa brasiliana stabilisce che la pressione minima al contatore  debba essere pari a 10 metri di colonna d’acqua (10 mca), un livello ritenuto sufficiente per  garantire l’approvvigionamento di base alle abitazioni a livello stradale. «Questo affinché, dal punto di ingresso dell’acqua, sia possibile raggiungere un serbatoio collocato in una casa a due piani. Non è un numero casuale. Sabesp è tenuta a rispettarlo, ma non lo sta facendo. E l’agenzia di regolazione sta chiudendo un occhio su questo aspetto», afferma.

Questa misura limita, di fatto,  l’approvvigionamento idrico alla maggioranza della popolazione, in prevalenza nelle aree periferiche, ma garantisce a Sabesp di non subire una riduzione dei ricavi. Ciò è dovuto in parte al fatto che i consumatori colpiti beneficiano della tariffa sociale dell’acqua, che prevede importi più bassi, rafforzata dall’approvazione della Legge nazionale sulla tariffa sociale nel giugno 2024. «Abbiamo uno studio che mostra come l’implementazione della tariffa sociale, basata su una legge federale, nel caso di Sabesp abbia inciso sui ricavi per circa lo 0,8%», osserva Pollachi. «Perché? Perché si tratta di persone a basso reddito che consumano poco rispetto ad altri segmenti della popolazione e, di conseguenza, l’impatto sui ricavi dell’azienda è marginale, molto contenuto. In compenso, l’approvvigionamento è garantito nelle aree ad alto reddito, caratterizzate da una forte verticalizzazione edilizia».

Si adotta così, in un contesto già critico, una logica che ricorda da vicino una sorta di “Robin Hood al contrario”. «Quella che oggi viene definita “gestione notturna della domanda” è, in pratica, una carenza d’acqua che colpisce le popolazioni impoverite e che vivono nelle aree più svantaggiate. Non si tratta di gestione della domanda, bensì di una restrizione dell’offerta: l’azienda sta erogando meno acqua di quanto dovrebbe. La domanda esiste; le persone hanno bisogno di acqua 24 ore su 24. Chi lavora fuori casa tutto il giorno e rientra la sera spesso non riesce nemmeno a farsi una doccia, perché semplicemente l’acqua non c’è», riassume Pollachi.

Le scelte politiche alla base della gestione idrica

Riprendendo l’analogia utilizzata da Tarcísio de Freitas nel tentativo di presentarsi come il “CEO del Brasile”, è importante ricordare che questi dirigenti operano sotto una pressione costante per ottenere risultati immediati. Questo vale soprattutto nel caso delle società quotate in borsa che devono conciliare la sostenibilità finanziaria nel presente con una visione strategica di lungo periodo, spesso però accantonata a causa del cosiddetto “short-termism”, cioè la logica del breve termine. Un esempio significativo è rappresentato dall’uso e dalla gestione delle fonti idriche da parte di Sabesp.

I dati dell’Instituto Água e Saneamento (IAS, istituto per garantire l’universalizzazione dei servizi igienico-sanitari in Brasile) rivelano che tra il 2017 e il 2022 — periodo considerato “post-crisi idrica” — l’azienda ha mantenuto uno standard di prelievo dell’acqua inferiore rispetto a quello attualmente registrato. All’inizio della stagione secca, nell’aprile 2023, il  Sistema Cantareira ha raggiunto l’85% della propria capacità, il livello più alto dal 2011, spingendo Sabesp a “cogliere l’attimo”. Tra gennaio e settembre 2025, il prelievo idrico dal Cantareira è stato del 30% superiore alla media registrata nel periodo post-crisi.

Il problema riguarda il cambiamento dello scenario climatico tra il 2024 e il 2025: le precipitazioni sono scese al di sotto della media e la stagione secca dello scorso anno è iniziata con il Cantareira attorno al 60% della capacità. Sabesp, tuttavia, lo scorso anno ha prelevato in media 72 metri cubi al secondo di acqua, secondo i dati raccolti fino ad agosto contro i 62,3 del periodo 2017-2022. «Sabesp non sta rispettando la concessione del Cantareira. Dal 2023 l’azienda ha aumentato il prelievo idrico e nel 2025 ha intensificato ulteriormente questo processo», ha dichiarato Marussia Whately, direttrice esecutiva dell’IAS, in un’intervista al quotidiano Folha de S.Paulo.

Nello stesso servizio, Sabesp ha sostenuto che «il volume medio di prelievo dalle fonti idriche varia in funzione della crescita vegetativa della popolazione servita e degli adeguamenti operativi implementati negli ultimi anni». Amauri Pollachi contesta tale giustificazione, attribuendo la spiegazione dell’azienda a una sorta di “contabilità creativa”.

«Sabesp ha aumentato eccessivamente il prelievo d’acqua dai bacini. Tra il 2022 e il 2025 si è registrato un incremento di circa il 15% nella produzione idrica, ma la popolazione non è cresciuta del 15%», afferma. «Sabesp sostiene di aver servito  molte più persone  e di aver realizzato migliaia di nuovi allacciamenti, ma se si analizzano i numeri con attenzione emerge un dato: in un edificio con 100 appartamenti esiste un solo allaccio alla rete idrica. L’intensa verticalizzazione di San Paolo ha portato alla costruzione di nuove unità abitative e, quando Sabesp afferma “serviamo più di 500.000 persone”, questo non corrisponde al vero. Si tratta di persone che prima vivevano in affitto e hanno acquistato un appartamento, oppure che risiedevano altrove e disponevano già di una fornitura regolare di acqua. È questo il tipo di contabilità creativa che mostra come oggi vengono presentati i dati  e valutati  gli indicatori», conclude.

Questo aumento del prelievo risulta ancora più grave se si osserva la situazione attuale dei bacini. Secondo Pollachi, il quadro odierno è peggiore rispetto a quello della crisi idrica del 2014-2015. «Ogni sistema — ad eccezione del piccolo Cotia — si trova in condizioni peggiori rispetto al 2014. Il 21 gennaio di quell’anno, il livello di accumulo del Sistema Cantareira era al 24,2%; oggi è al 21%, nonostante il trasferimento di acqua dal bacino del Rio Paraíba do Sul attraverso l’interconnessione tra il bacino della centrale idroelettrica di Jaguari e il bacino di Atibainha (Cantareira), un progetto interamente realizzato dalla Sabesp pubblica e completato nel 2018. Inoltre, all’epoca il Sistema di Produzione Idrica São Lourenço non era ancora disponibile: esso capta acqua dal fiume Juquiá, nel bacino del Ribeira de Iguape, presso il bacino di Cachoeira do França, con una capacità produttiva fino a 6.400 litri al secondo nell’Impianto di Trattamento delle Acque (ETA) di Vargem Grande. Le prospettive sono tutt’altro che incoraggianti», conclude Pollachi.

La minaccia dei grandi consumatori

Mentre una parte del futuro sembra esclusa dai piani di Sabesp o delle autorità pubbliche dello Stato di San Paolo, ancora responsabili della supervisione e del coordinamento dell’approvvigionamento, si profila uno scenario dai contorni allarmanti. Una Nota Tecnica del Centro Nacional de Monitoramento e Alertas de Desastres Naturais (Cemaden) avverte che i bacini e le falde acquifere del Sud-Est hanno raggiunto livelli così critici che, anche in presenza di precipitazioni superiori alla media, il recupero non supererebbe il 60%.

Vi sono altri fattori che possono aggravare ulteriormente la situazione. Un articolo pubblicato da Agência Pública nel dicembre dello scorso anno ha indicato che quasi un terzo dei 195 data center attivi o in fase di installazione in Brasile si trova nello Stato di San Paolo, per lo più in aree densamente popolate. Nell’articolo veniva citata anche Vinhedo, città situata a circa 75 chilometri dal capoluogo, che nel maggio 2025 ha dichiarato lo stato di crisi idrica; qui ha sede Ascenty, che gestisce due data center che utilizzano acqua per il raffreddamento.

Potendo contare sulla possibilità di aggirare le norme in materia di licenze ambientali e su una scarsa trasparenza nell’uso delle risorse naturali, i data center possono rappresentare una nuova minaccia. «In uno scenario di intensificazione dei cambiamenti climatici, con siccità severe più frequenti ed eventi meteorologici estremi, la presenza di grandi consumatori d’acqua può aggravare le pressioni già esistenti sulle risorse idriche», avverte il professor Daniel Caixeta Andrade, dell’Istituto di Economia e Relazioni Internazionali della Universidade Federal de Uberlândia (UFU), in un’intervista al notiziario dell’ateneo.

«Un controllo rigoroso sui consumi dei grandi utenti è tanto necessario quanto lo è mettere in discussione la logica secondo cui i ricavi aziendali debbano prevalere sulla corretta gestione delle risorse idriche. Finché l’acqua sarà considerata una merce e non un diritto umano fondamentale, non sarà possibile garantirne una distribuzione equa. Dare priorità alla continuità dei ricavi e alla soddisfazione degli azionisti rappresenta una contraddizione di fronte alla crisi idrica», suggerisce Edson Aparecido. «È inoltre necessario investire in sistemi di raccolta delle acque piovane nelle grandi proprietà pubbliche e private, come i parcheggi dei centri commerciali, le scuole e gli ospedali, oltre a promuovere l’utilizzo delle acque sotterranee per usi diversi dal consumo umano».

Aparecido sottolinea la necessità di riprendere le campagne di sensibilizzazione sul consumo consapevole dell’acqua e di adottare politiche di incentivo economico, vale a dire tariffe che prevedano sconti per chi riduce i propri consumi, misure che dieci anni fa si rivelarono decisive per contenere gli effetti della crisi idrica. «Un altro punto fondamentale è l’esistenza di un piano di emergenza che definisca le priorità nei momenti di crisi, includendo la possibilità di utilizzare l’acqua dei grandi consumatori che dispongono di propri bacini per la produzione e che, in situazioni di emergenza, potrebbero contribuire all’approvvigionamento pubblico», osserva, richiamando un’ulteriore iniziativa. «La distribuzione di serbatoi d’acqua, come avvenuto nel 2014, è una misura importante, ma non può essere adottata automaticamente: molte abitazioni nelle aree vulnerabili non sono in grado di ospitare questi serbatoi e le famiglie non possono permettersi di installarli. Questo processo richiede un confronto con le leadership comunitarie per valutare alternative, ad esempio dei bacini collettivi».

In questo contesto, Amauri Pollachi mette in evidenza un aspetto particolarmente rilevante, soprattutto considerando che il 2026 sarà un anno elettorale: le richieste che devono essere rivolte alla classe politica alla luce della situazione attuale. «Ho partecipato direttamente all’intero processo di opposizione alla privatizzazione. Ho preso parte a tutte le audizioni pubbliche presso il Consiglio comunale di San Paolo e l’Assemblea legislativa statale. Ero presente il giorno in cui la Polizia Militare fece irruzione nell’aula plenaria e utilizzò spray al peperoncino e gas lacrimogeni contro la popolazione. Durante tutto il processo sono stati dati avvertimenti, ma i deputati statali hanno comunque approvato la privatizzazione», ricorda. «La scorsa settimana, ad esempio, la regione costiera della Baixada Santista ha subito una carenza idrica senza precedenti. Ogni anno milioni di persone si recano in quella zona; è sempre stato così. La differenza, oggi, è che non c’è più capacità di reazione. In passato l’azienda trasferiva autobotti da diverse regioni dello Stato e garantiva il servizio 24 ore su 24. Ora questo non accade più».

«Abbiamo visto scene degne dell’Inferno di Dante: file interminabili di persone in cerca d’acqua sulla spiaggia, qualcosa che non era mai accaduto prima. E, allo stesso tempo, deputati statali che avevano votato a favore della privatizzazione hanno iniziato a criticare la situazione. È una contraddizione. Chi ha approvato la privatizzazione deve essere chiamato a risponderne», sottolinea. «Quasi tutti i deputati statali della regione hanno votato a favore, ad eccezione di Caio França (PSB). Non ha senso dire ora che è stato un errore. La domanda da porre è: mantenete ancora la stessa posizione di allora? Pensate che la situazione sia migliorata? Perché chi ha preso quella decisione deve risponderne».

Glauco Faria è giornalista presso Outras Palavras. È stato direttore esecutivo di Brasil de Fato e di Revista Fórum, conduttore presso Rádio Brasil Atual/TVT ed editor di Rede Brasil Atual. È coautore del libro Bernie Sanders: A Revolução Política Além do Voto (Editora Letramento). Altri articoli sono disponibili su Substack: https://glaucofaria.substack.com/

Available in
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Author
Glauco Faria
Translators
Jessica Trivilino and Chiara Brizio
Date
26.02.2026
Source
Outras PalavrasOriginal article🔗
Progressive
International
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