Ecology

L’alluvione nel distretto di Rasuwa in Nepal è un monito per l’Asia meridionale e per il mondo intero

Il 26 agosto 2025, il crollo del versante settentrionale del Langtang Lirung nel distretto di Rasuwa, in Nepal, ha innescato catastrofiche colate detritiche lungo il fiume Bhotekoshi, causando la morte di nepalesi, cinesi, tibetani, indiani e altri visitatori stranieri e distruggendo una dozzina di centrali idroelettriche (oltre 670 MW), autostrade, ponti, scuole e infrastrutture per il commercio di frontiera.
Il disastro del fiume Bhotekoshi del 26 agosto ha colpito duramente il Nepal, un Paese che contribuisce solo per lo 0,03 - 0,05% alle emissioni globali di gas serra, mentre le emissioni storiche del Nord del mondo, i modelli di sviluppo che promuovono l’insediamento e le infrastrutture lungo corridoi fluviali vulnerabili, nonché il rifiuto dei governi dell’Asia meridionale di collaborare accelerano lo scioglimento del permafrost himalayano, il ritiro dei ghiacciai e la destabilizzazione delle montagne. Il Nepal, data la sua esperienza nella silvicoltura comunitaria, nel biogas e nella governance inclusiva, deve unire Cina, India e Pakistan nel richiedere un’azione climatica globale urgente, poiché l’Himalaya è un “terzo polo” in rapido deterioramento e un barometro dell’emergenza climatica.

Alcuni, in particolare al di fuori del Nepal, si sono affrettati a dare la colpa a fattori geopolitici prima ancora che il fango sul fiume Bhotekoshi avesse il tempo di asciugarsi, mentre si sta ancora procedendo al salvataggio delle persone intrappolate nelle gallerie allagate del distretto di Rasuwa, il più colpito, e mentre il bilancio delle vittime continua a salire man mano che vengono ritrovati altri corpi a valle o che vengono recuperati dal fango. Se è necessario attribuire delle responsabilità, dobbiamo cercarle lontano dal massiccio del Langtang Lirung in Nepal, parte del versante settentrionale del quale, la mattina del 26 agosto, è crollata innescando i noti disastri a catena.

La responsabilità dovrà essere ripartita tra il Nord del mondo, in quanto principale e più longevo produttore di gas serra, il modello economico che spinge la realizzazione di infrastrutture nelle valli fluviali vulnerabili e i Paesi dell’Alta Asia, che rifiutano di collaborare di fronte all’accelerazione del collasso climatico. L’Himalaya è una catena montuosa giovane e instabile; la sua storia geologica e documentata è costellata di eventi di smottamenti e cedimenti dei versanti, in cui enormi quantità di roccia e detriti scivolano o precipitano verso il basso. Tuttavia, gli scienziati del clima sono chiari: il riscaldamento globale indotto dall’uomo, iniziato con la Rivoluzione Industriale nel XVIII secolo e lasciato accelerare in modo sconsiderato nel corso del ventunesimo, è responsabile delle successive tragedie, sempre più gravi, che si susseguono sulle nostre montagne.

Il Nepal, il 52° Paese al mondo per popolazione, produce non più dello 0,03 - 0,05 percento delle emissioni globali di gas serra. Anche il contributo complessivo alle emissioni dell’intero sistema dell’Hindu Kush-Himalaya è minuscolo. Con il surriscaldamento della Terra, la natura e la società ne risentiranno non solo nelle zone più elevate di queste montagne, ma anche a valle, lungo tutti i principali fiumi che da qui hanno origine: l’Indo, lo Yangtze, il Salween, l’Irrawaddy, il Mekong, il Brahmaputra e il Gange.

I governi dell’Asia meridionale si sono dimostrati collettivamente incapaci di adeguare le politiche nazionali e regionali in risposta alla galoppante emergenza climatica. I nostri responsabili politici sono stati troppo presi dall’alimentare rivalità interne e ostilità transfrontaliere per unirsi e rappresentare efficacemente sulla scena mondiale gli interessi di quel quarto della popolazione del mondo che considera questa regione la propria casa.

L’Asia meridionale avrebbe il peso necessario per influenzare il dibattito globale se potesse parlare con una sola voce. Dobbiamo farlo perché saremo le vittime più colpite da un clima stravolto, con la metà settentrionale del subcontinente che è già la zona più povera del mondo. Abbiamo temperature estive che raggiungono i 50 gradi centigradi nel bacino dell’Indo-Gange, con il crollo del manto nevoso sull’Himalaya e l’innalzamento del livello del mare lungo le estese coste dell’Asia meridionale.

Il distacco di roccia e ghiaccio del Langtang Lirung, che ha scatenato inondazioni violente nei distretti di Rasuwa e Nuwakot e più a valle, causando la morte di nepalesi, cinesi, compresi i tibetani, nonché di visitatori provenienti dall’India e da numerosi Paesi stranieri, è un ulteriore allarme rosso nella nostra era segnata dai cambiamenti climatici. Dalle sorgenti del Teesta, del Bhagirathi, Gilgit, Bhotekoshi e altri fiumi, riceveremo sicuramente altri segnali di allarme. Da parte sua, il Lhende Khola, affluente orientale del Bhotekoshi, aveva provocato una devastante inondazione dovuta all’esondazione di un lago supraglaciale l’8 luglio 2025, come preludio alla colossale tragedia del 26 agosto scorsa.

Anche se le operazioni di soccorso, rivolte ad agricoltori, famiglie, scolari, neonati, pellegrini, lavoratori e ingegneri del settore idroelettrico, camionisti, agenti doganali, personale addetto alla sicurezza e molti altri, lasceranno il posto alla ricostruzione, il Nepal dovrà fare i conti con le decine di migliaia di vite travolte dall’alluvione di Rasuwa. Seguirà poi la valutazione del bilancio complessivo delle perdite infrastrutturali su un’economia nazionale già in grave difficoltà.

Una dozzina di centrali idroelettriche, comprese quelle già operative e altre ancora in costruzione, con una capacità complessiva di oltre 670 megawatt e un costo di centinaia di milioni di dollari, sono state spazzate via. 

Ci sarà un impatto diretto sul settore bancario e assicurativo, dato che l’energia idroelettrica rappresenta il settore più attrativo per gli investimenti in un Paese in gran parte privo di spirito imprenditoriale. Ci vorrà del tempo per calcolare la reale entità della distruzione di scuole, edifici governativi, linee di trasmissione, autostrade e ponti, tenendo presente che Katmandu deve ancora fare un bilancio complessivo anche dell’anarchia che ha colpito l’intero Paese il 9 settembre 2025, causando danni enormi sia alle proprietà pubbliche che a quelle private.

Centinaia di veicoli elettrici importati in attesa di sdoganamento, così come camion carichi di merci diretti ai mercati nepalesi in vista della prossima stagione di festività del Dasain, sono andati perduti al valico di frontiera di Rasuwagadhi.

Il settore ricettivo, dopo ripetuti tentativi di riprendersi dai danni causati dal conflitto maoista, dal terremoto del 2015, dagli anni del Covid e dal caos del settembre 2025, è stato nuovamente colpito proprio mentre la cruciale stagione turistica autunnale stava entrando nel vivo. In risposta, l’Ente per il turismo del Nepal ha lanciato un messaggio toccante ai viaggiatori: “La vostra visita è importante”.

I villaggi di montagna del Nepal erano tradizionalmente costruiti in quota, lasciando i fondovalle alle risaie, dove lo spazio lo consentiva. Ma il modello di sviluppo degli ultimi decenni ha favorito la realizzazione di autostrade lungo i cosiddetti “corridoi fluviali”, portando a uno sviluppo lineare degli insediamenti umani. I due fiumi denominati Bhotekoshi, uno a nord-ovest e l’altro a nord-est della Valle di Katmandu, collegavano storicamente la Valle al Tibet. Più recentemente, lo sviluppo di questi corridoi è stato integrato nella strategia di sicurezza nazionale, in particolare per quanto riguarda i collegamenti commerciali con la Cina. Ciò è diventato particolarmente evidente dopo il blocco economico del 2015 proveniente da sud, che ha causato una grave carenza di cibo, carburante e medicinali per diversi mesi e ha spinto il Nepal a rafforzare i propri legami commerciali verso nord.

Il percorso lungo il Bhotekoshi nord-orientale è stato danneggiato e indebolito dal terremoto del 2015. Ora il percorso lungo il Bhotekoshi gemello, che era diventato la principale via commerciale terrestre verso la Cina, è interrotto.

Sarà necessario fare un nuovo bilancio e mettere in discussione il modello di sviluppo incentrato sulla capitale, che privilegia autostrade, energia idroelettrica e insediamenti lungo i fiumi che, come sappiamo, tendono a scatenarsi periodicamente.

Il Nepal ha basato il proprio futuro nazionale sull’energia idroelettrica, ma cosa succederebbe se l’apocalisse di Rasuwa fosse un presagio di disastri ancora più gravi lungo i fiumi himalayani?

La classe politica di Katmandu, così come i successivi governi nepalesi, ha sempre avuto la tendenza a “digerire” le calamità subito dopo il loro verificarsi e cresce la preoccupazione riguardo alla capacità del governo guidato da Balendra Shah, eletto lo scorso marzo, di gestire i soccorsi, la ricostruzione e la pianificazione futura. All’indomani dell’alluvione, i funzionari locali eletti e i burocrati esperti sono stati messi da parte nelle operazioni di soccorso e assistenza, mentre all’Esercito nepalese è stata concessa carta bianca per gestire la risposta al disastro.

Il governo di Shah è nato dal caos seguito alle proteste della Generazione Z dello scorso settembre, che hanno rimosso la vecchia generazione di leader politici nepalesi. I giovani e potenti consiglieri ministeriali che oggi gestiscono in gran parte il governo al posto dei burocrati, nei primi giorni dopo il disastro del Bhotekoshi, sembravano preferire la mappatura con i droni e le sortite in elicottero all’intervento sul campo. Tra i giovani nuovi governanti nepalesi, esperti di social media, lo Stato e la società sono chiamati a unirsi per trovare una via d’uscita dalla nebbia della calamità, tracciando una rotta verso un futuro che sta cominciando ad apparire molto diverso da quello che avevamo pianificato.

L’Himalaya si sta riscaldando più rapidamente rispetto ad altre regioni più basse, con la neve e il ghiaccio che si sciolgono velocemente. Questo “terzo polo” è densamente popolato e caratterizzato da un forte dislivello dalla pianura alle alte creste, rappresentando a tutti gli effetti un barometro o un indicatore del cambiamento climatico. Questo perché, a differenza dell’Artico e dell’Antartico, qui ci sono milioni di persone che vivono nella zona vulnerabile che va dalla pianura agli altipiani e l’incertezza e la tragedia che devono affrontare mettono in luce la realtà dell’emergenza climatica. La popolazione locale può raccontarvi delle zanzare che invadono le altitudini più elevate con l’innalzarsi delle temperature, portando con sé la dengue e altre malattie, della flora e della fauna che si spostano verso l’alto e della pioggia che ora cade in luoghi dove un tempo nevicava.

Il riscaldamento globale colpisce l’Asia meridionale più di altre regioni semplicemente per via del numero di persone che saranno colpite dall’innalzamento del livello dei mari, dal ritiro dei ghiacciai, dalle colate detritiche, dalle ondate di calore, dall’esaurimento delle falde acquifere, dalle inondazioni, dalle valanghe di ghiaccio e roccia, dalle frane, dai nubifragi e da ogni altro tipo di evento meteorologico estremo. Quando si tratta di costruire infrastrutture, molti di questi fenomeni specifici e le loro conseguenze non vengono insegnati nei corsi di ingegneria e nei protocolli sviluppati in Europa e in Nord America e applicati al subcontinente: un esempio è il carico di limo e detriti trasportato dai fiumi himalayani, che è di gran lunga superiore a quello dei fiumi su cui è stata sviluppata la tecnologia delle dighe e dei bacini idrici.

Purtroppo, la nostra capacità di lanciare l’allarme sul clima è stata compromessa dalle divisioni geopolitiche che attraversano i confini, sia da est a ovest che da nord a sud. I leader nazionali e le istituzioni dell’Asia meridionale non si fanno portavoce delle popolazioni che rappresentano, né del Sud del mondo nel suo complesso, nel confrontarsi con il Nord del mondo per le emissioni di gas serra che questo riversa nell’atmosfera. Data la presunzione dei governi, specialmente dei due Stati più grandi, India e Pakistan, l’Asia meridionale non ha sviluppato una piattaforma comune sul cambiamento climatico, cosa che non avrebbe dovuto essere difficile fare, dato che non si tratta di una regione esportatrice di petrolio.

Le carenze a livello accademico e di arte del governare fanno sì che le società dell’Asia meridionale, rinchiuse in Stati-nazione che ringhiano l’uno contro l’altro, siano esse stesse a rischio, pur non riuscendo a mettere in guardia il resto del mondo dal riscaldamento globale. La Cina, con il Tibet che fa parte a pieno titolo dell’Alta Asia, è stata tenuta lontana e, da parte sua, sembra preferire mantenere le distanze.

Il Nepal, che si estende lungo il tratto centrale di 2500 chilometri della catena himalayana, non è riuscito a portare i suoi vicini recalcitranti a riunirsi per discutere dei cambiamenti climatici, delle montagne che si sgretolano e dell’esaurimento delle falde acquifere.

L’incapacità dei governi che si sono succeduti a Katmandu di convincere Nuova Delhi sulla necessità di rilanciare l’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (South Asia Association for Regional Cooperation, SAARC) denota sia timidezza che irresponsabilità. Il Nepal detiene la presidenza della SAARC dal 2014 e l’organizzazione ha sede proprio a Katmandu. Se la SAARC fosse attiva, sarebbe proprio lì che la crisi climatica verrebbe discussa tra i leader politici, i ministri e i primi ministri dell’Asia meridionale.

I politici, gli amministratori e gli attivisti nepalesi dovrebbero essere in grado di suscitare un senso di urgenza, parlando di scienza ed esperienze vissute, ma si sono limitati in gran parte a ripetere meccanicamente la retorica convenzionale sul cambiamento climatico. “Perdite e danni”, “mitigazione”, “adattamento” e “resilienza” sono termini che hanno perso l’urgenza di ciò che rappresentano. Mentre lotta per restituire a questi termini il loro significato, proprio mentre si sta riprendendo dall’alluvione di Rasuwa, il Nepal potrebbe prendere in considerazione l’idea di sensibilizzare il subcontinente su due temi urgenti: la “nube marrone” dell’Asia meridionale e la perdita del permafrost. La produzione di fumo, fuliggine e polvere derivanti dalla combustione delle stoppie dopo il raccolto, dalle centrali elettriche a carbone e dalle industrie con ciminiere, dalle emissioni dei veicoli e dall’attività edile nel nord-ovest dell’Asia meridionale, in particolare nei due Punjab, nell’Haryana, a Delhi e nei suoi dintorni, e nell’Uttar Pradesh occidentale, sta causando gravi conseguenze in tutta la pianura dell’Indo-Gange e oltre. A differenza del riscaldamento globale in senso generico, questo è un problema creato dalla stessa Asia meridionale. Ad eccezione dei mesi monsonici, questa foschia storicamente senza precedenti si sposta verso est, sorvolando e attraversando l’Himalaya. Il modo in cui sta danneggiando l’agricoltura, la flora, la fauna e la salute umana non è stato studiato a sufficienza, anche se l’oscuramento dei panorami himalayani da Mussoorie, Nagarkot, Gangtok e altrove per gran parte dell’anno è una prova più che sufficiente dell’esistenza della “nube marrone”. Al di là delle questioni estetiche e turistiche, c’è da chiedersi cosa accada quando la fuliggine si deposita sulla neve. Questo, purtroppo, è un argomento di generale ignoranza.

La fuliggine, o nerofumo, è ormai una delle principali cause del ritiro dei ghiacciai e della perdita del manto nevoso e dei pendii ghiacciati, che espongono la roccia sottostante. Ciò avviene attraverso il cosiddetto effetto albedo: mentre la superficie bianca della neve e del ghiaccio riflette gran parte del calore solare, lo strato di fuliggine lo assorbe, portando a uno scioglimento accelerato. Il risultato non è semplicemente il ritiro della criosfera di neve e ghiaccio, così vitale per i nostri fiumi, ma anche una riduzione complessiva del rifornimento delle falde acquifere che danneggia la portata invernale necessaria nelle pianure dell’Indo, del Gange e del Brahmaputra. Tutti gli interessati, dai veterani della pianificazione politica agli influencer dei giorni nostri, devono interiorizzare il fatto che sia il riscaldamento globale sia la “nube marrone” rappresentano la capacità dell’uomo di distruggere irrevocabilmente quella della natura di mantenere l’equilibrio. Il ritiro della neve e del ghiaccio himalayani, sia a causa dei gas serra che della fuliggine del subcontinente, provoca disastri che sono al tempo stesso progressivi e catastrofici. Non sorprende che il concetto di pralaya, che si riferisce all’annientamento cosmico, sia stato ripetutamente utilizzato sia dagli ingegneri che dai politici nepalesi per descrivere il disastro di Rasuwa.

L’economia di mercato, così come si è evoluta, richiede una concentrazione delle popolazioni. Con la monetizzazione dell’economia rurale nepalese negli ultimi tre decenni, gli abitanti dei villaggi di sussistenza delle zone collinari e di alta montagna sono migrati in massa per stabilirsi lungo le strade e le autostrade costruite in riva ai fiumi. Lungo questi stessi tratti sono sorte anche le cosiddette centrali idroelettriche ad acqua fluente, per sfruttare i pendii montuosi con le acque impetuose della stagione dei monsoni e il disgelo delle nevi. Dato che le infrastrutture e gli insediamenti sono ora esposti a inondazioni e colate detritiche in un modo senza precedenti nella storia dell’umanità, diventa importante discutere del permafrost himalayano e degli effetti della sua perdita: una questione che era limitata agli articoli accademici ma che sta ricevendo attenzione nei giorni successivi al disastro di Rasuwa.

Sorta dal primordiale Mare di Tetide, da 50 milioni di anni l’Himalaya si sta sollevando man mano che una porzione della placca tettonica del Gondwana si incastra nella massa continentale eurasiatica. C’è però un limite all’innalzamento delle montagne contro la forza di gravità, e i loro versanti continuano a sgretolarsi a causa di frane e terremoti. Nel corso dei millenni, miliardi di tonnellate di roccia e detriti si sono accumulati sotto alle vette e alle creste, mantenuti fermi alle quote più elevate dall’acqua ghiacciata. Fino ad ora.

Gli esseri umani continuano a considerare i massicci himalayani come sentinelle e protettori inamovibili, ma li abbiamo indeboliti. Storicamente, si sono verificati crolli catastrofici, inondazioni causate dallo straripamento di laghi glaciali (GLOF) e colate detritiche che hanno seppellito intere valli e insediamenti. Le innumerevoli piattaforme fluviali presenti in tutto l’Himalaya, chiamate “tars”, sono state create da tali eventi di smottamento e dal conseguente flusso di detriti. La valle di Pokhara, sede del più grande agglomerato urbano del Nepal al di fuori della valle di Katmandu, è il risultato di uno di questi eventi catastrofici avvenuto intorno al 1190 d.C., quando il massiccio dell’Annapurna IV crollò e liberò 23 chilometri cubi di detriti che si diffusero come un fluido sulle colline e nelle gole sottostanti.

L’ondata di colate detritiche, crolli delle montagne e GLOF (inondazioni da scioglimento glaciale) verificatasi nell’Himalaya negli ultimi decenni indica che la crisi climatica è ben reale e sta avendo un impatto sulle montagne, anche attraverso lo scioglimento del permafrost. Anche tenendo conto del fatto che nell’era moderna si registra un numero molto maggiore di segnalazioni di disastri rispetto al passato, gli studi scientifici indicano senza ombra di dubbio un aumento della frequenza di tali eventi.

Siamo stati indotti a credere che la perdita di permafrost sia un problema della tundra, dove il terreno che si sta allentando sta riportando alla luce corpi conservati di mammiferi preistorici e i depositi di torba rilasciano metano nell’atmosfera. Il permafrost nell’Himalaya e in altre catene montuose, invece, tiene insieme rocce, sabbia e polvere, contribuendo a tenere in piedi, e stabili, le creste e i pendii. Lo scioglimento di questo permafrost è una realtà concreta e probabilmente collegato ai recenti disastri himalayani: dalle colate detritiche del Bhotekoshi nel 2026 e nel 2025 a Dharali nel 2025, Thame nel 2024, il Teesta nel 2023, Chamoli e Melamchi nel 2021 e Kedarnath nel 2013.

Quello che è accaduto sul Langtang Lirung è stato un crollo della parete rocciosa, che ha trascinato con sé anche una sezione del ghiacciaio sovrastante; il tutto è precipitato a cascata causando la tragedia del Bhotekoshi, noto come Trishuli più a valle e come Narayani o Gandaki più avanti. Si è trattato di un crollo naturale di un versante montuoso nel corso dell’era geologica o vi hanno avuto un ruolo lo scioglimento indotto dal riscaldamento globale e la “nube marrone”? Lo studio delle temperature ambientali ad alta quota, della probabilità statistica e del susseguirsi di eventi catastrofici negli ultimi anni indica la validità della seconda ipotesi.

“Sebbene cadute di massi, valanghe di ghiaccio e GLOF si siano verificati nel corso della storia geologica, le moderne emissioni antropogeniche di gas serra hanno alterato radicalmente i parametri temporali e spaziali di questi eventi”, afferma Ajaya Dixit, ingegnere ed esperto idrologico con sede a Katmandu, che ha dedicato decenni allo studio dell’evoluzione del rapporto tra i fiumi di montagna e le popolazioni. “Il cambiamento climatico potrebbe non causare direttamente un singolo cedimento isolato del versante, ma l’aumento delle temperature crea sistematicamente le condizioni pericolose che portano al crollo delle montagne”.

In un’intervista al Nepali Times, Benjamin Horton, preside della Scuola di energia e ambiente della City University di Hong Kong, ha dichiarato: “La tragedia (di Rasuwa) non si è verificata in un sistema montuoso sano e stabile… La regione himalayana si sta riscaldando più rapidamente della media globale, i ghiacciai si stanno ritirando, il permafrost si sta degradando e i versanti di alta montagna stanno diventando meno stabili… Il Nepal ha perso quasi un terzo del ghiaccio dei suoi ghiacciai in poco più di 30 anni… Sappiamo già che la combustione di combustibili fossili sta riscaldando e destabilizzando l’ambiente in cui si è verificata… non abbiamo bisogno che l’incertezza sia ridotta a zero prima di agire. Semmai, l’incertezza su dove e quando esattamente avverrà il prossimo crollo è un motivo in più per agire con urgenza”.

La perdita del permafrost è parte integrante del riscaldamento globale, mentre la “nube marrone” ha esacerbato e accelerato lo scioglimento del permafrost. Le montagne e le popolazioni che le abitano, in quanto indicatori inanimati e animati del riscaldamento globale, possono raccontare la storia, ma spetta alla leadership politica, alla comunità scientifica e alla società civile prestare attenzione. Ci vuole un po’ di immaginazione per collegare le stoppie in fiamme e le ciminiere fumanti delle pianure nord-occidentali con i ghiacciai in ritirata e il crollo delle montagne. Non occorre immaginazione per comprendere che, proprio come il permafrost si sta sciogliendo in Siberia e in Alaska a causa del riscaldamento della Terra, così si sta indebolendo anche il permafrost himalayano.

In definitiva, sono i forum politici globali che devono concordare una ridefinizione del discorso sul clima, e non si può nascondere il fatto che l’attuale situazione geopolitica sia ostile al raggiungimento di risultati equi e giusti nei negoziati sul clima. È qui che i Paesi dell’Asia meridionale devono usare il loro peso collettivo per costringere il mondo ad ascoltarli. I nostri responsabili politici devono unirsi per studiare il disastro del Nepal come un punto di svolta regionale, per ripensare le strategie di sviluppo e per collaborare al fine di superare l’indifferenza globale nel dibattito sul clima.

La realtà del cambiamento climatico antropogenico potrebbe essere difficile da comprendere per alcuni e organizzarsi per contrastarlo sarà ancora più difficile. I Paesi dell’Alto Himalaya colpiti hanno l’immaginazione necessaria per unirsi di fronte al terribile astio ultranazionalista? Pechino, Katmandu, Delhi e Islamabad si comportano come se nutrissero un collettivo desiderio di morte trans-himalayano.

In alto sulle montagne, ci sono pozzanghere dove un tempo c’erano cumuli di neve. Gli alpinisti segnalano la presenza di acqua che scorre sopra la cascata di ghiaccio del Khumbu sul Monte Everest. Gli abitanti dei villaggi ai piedi del Lamjung Himal vi racconteranno quanto fosse più bassa la lingua del ghiacciaio meno di un decennio fa. Sul versante sud del Langtang Lirung, ciò che il geologo svizzero Toni Hagen aveva fotografato come un ampio ghiacciaio che scendeva fino a Kyanjing Gumba sul fondovalle è oggi un ghiacciaio sospeso molto più in alto sul versante della montagna. È avventato pensare che il riscaldamento globale, la perdita del permafrost e il nerofumo non abbiano avuto un ruolo nel disastro di Rasuwa.

Il Nepal, situato al centro della catena himalayana e a cavallo tra l’altopiano tibetano e la pianura dell’Indo-Gange, deve riprendersi dalla tragedia di Rasuwa per cercare di unire i vicini recalcitranti nell’affrontare l’emergenza climatica. Dovrebbe avere la fiducia di un Paese che ha indicato la strada in materia di silvicoltura comunitaria, biogas, amministrazione locale, conservazione della fauna selvatica, governance inclusiva e transizione verso l’uso di veicoli elettrici.

Poiché l’Himalaya costituisce solo una parte del territorio di Cina, India e Pakistan, le loro leadership nazionali potrebbero benissimo lasciarsi distrarre da altre questioni urgenti. Spetta al Nepal, in quanto Paese con la comprensione più immediata della situazione, cercare di spronare gli altri alla collaborazione. Potrebbe essere troppo poco e troppo tardi per chi vive nel bacino del Bhotekoshi, ma per il resto del pianeta è ora di provarci.

Kanak Mani Dixit è giornalista, scrittore, traduttore e attivista per i diritti civili e la democrazia. È presidente del Southasia Institute for History and Philosophy e fondatore di Himal Southasian.

Available in
EnglishSpanishPortuguese (Brazil)GermanFrenchItalian (Standard)Arabic
Author
Kanak Mani Dixit
Translators
Giovanna Comollo, Claudio Buttinelli and ProZ Pro Bono
Date
05.10.2026
Source
Himal SouthasianOriginal article🔗
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