Imperialism

La dottrina Donroe e l'imperialismo esplicito sull’intervento in Venezuela

L’attacco militare degli Stati Uniti in Venezuela riflette una strategia imperiale transazionale e coercitiva mirata all’appropriazione di risorse strategiche e alla riorganizzazione di catene di approvvigionamento dell'emisfero in nome della cosiddetta “dottrina Donroe”.
L’attacco al Venezuela rappresenta l’apice di una strategia deliberata, già delineata nel corso del governo Trump, con lo scopo di ottenere il controllo sulle risorse e il dominio geoeconomico dell’emisfero occidentale. Presentata come “dottrina Donroe”, una conseguenza transazionale della dottrina Monroe, l’operazione colpisce il Venezuela a causa delle sue ricche risorse di petrolio e di materie prime critiche, usando a proprio vantaggio la narrazione politica circa l’immigrazione e il narcotraffico per giustificare questa aggressione.

L’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, culminato con il sequestro di Nicolás Maduro il 3 gennaio 2026, è stato a lungo premeditato. In un articolo pubblicato su Carta Capital nel febbraio del 2019, intitolato “Donald Trump, la fine del globalismo e la crisi in Venezuela”, sostenni che l’allora presidente parlasse con un’insolita franchezza dei veri obiettivi dell’imperialismo statunitense: non si è parlato di difesa della democrazia, né di diritti umani, né del rispetto (selettivo) dei trattati internazionali plasmati dall’ideologia liberale, bensì del controllo sulle risorse di valore strategico ed economico. Persino allora Trump criticava apertamente i suoi predecessori per non aver “preso il petrolio” dal Venezuela o dall’Iraq, o le terre rare dell'Afghanistan, esternando una logica predatoria che il discorso liberale tradizionale aveva a lungo mascherato.

Nel gennaio 2013, in un post su Twitter, Trump scrive: “Non riesco ancora a credere che abbiamo lasciato l’Iraq senza petrolio.” Nel settembre 2016, durante un dibattito con Hillary Clinton, Trump propose un ritorno al XIX secolo: “Per consuetudine il bottino spettava al vincitore. Ora non c’è più alcun vincitore... Ma quello che ho sempre detto io è: prendete il petrolio.”

Nelle vesti di presidente Trump ha fatto pressione due volte sul presidente iracheno affinché cedesse più petrolio per compensare i costi di guerra. Secondo alcune dichiarazioni, l’ex Consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster lo avrebbe rimproverato una seconda volta: “Per la reputazione dell’America è un danno, potrebbe spaventare i nostri alleati... e ci fa apparire come dei criminali e dei ladri.” Nel gennaio 2019 il Vice Presidente Mike Pence ha dichiarato che Trump “non è un fan” degli interventi esteri, fatta eccezione per “il suo emisfero” (il cosiddetto “cortile di casa”).

Ciò ha preannunciato la dottrina Donroe. Sempre nel gennaio 2019, l’allora Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton dichiarò: “Siamo in contatto con le più grandi compagnie (petrolifere) americane... Il Venezuela è uno dei tre Paesi che ho definito la troika della tirannia (insieme a Nicaragua e Cuba). Per gli Stati Uniti, dal punto di vista economico farebbe una grande differenza se potessimo far sì che le società petrolifere americane producano e investano nel settore petrolifero venezuelano.”

Nell’aprile 2025, durante la conferenza “IV Dilemmi dell’Umanità: prospettive per una trasformazione sociale”, organizzata da Tricontinental: Institute for Social Research, dal Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST, “Movimento dei lavoratori rurali senza terra”) e dall’Assemblea internazionale dei popoli (IPA) a San Paolo, sostenni che Trump avrebbe scelto il Venezuela come suo primo obiettivo militare nel cosiddetto emisfero occidentale, in quello che potrebbe definirsi il primo intervento militare diretto nella storia del Sudamerica. L’argomento era semplice: gli attacchi su Canada e Groenlandia sarebbero stati di gran lunga più rischiosi e difficili da difendere diplomaticamente; Il Venezuela, invece, offriva motivazioni che le basi politiche del movimento MAGA avrebbe accettato (le presunte minacce dell’immigrazione venezuelana e il traffico di droga), offrendo al contempo vaste riserve di petrolio e materie prime critiche per la rivalità tecnologica con la Cina.

La Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS), pubblicata dall’amministrazione Trump il 4 dicembre 2025, ufficializza questa strategia emisferica, che si incentra sul “rafforzare le catene di approvvigionamento critiche... ridurre le dipendenze e aumentare la flessibilità economica statunitense... e al contempo ostacolare l’aumento dell’influenza nella regione esercitata dai concorrenti non facenti parte dell’emisfero”. Questo documento sancisce quello che gli analisti chiamano il “Corollario Trump” per la dottrina Monroe o, detta in modo sarcastico, la dottrina Donroe: una palese forma commerciale e coercitiva di panamericanismo che sottopone l’America Latina agli obblighi di sicurezza e di accumulo di capitali dagli Stati Uniti.

In pratica, l’intervento militare in Venezuela non è un tentativo di difesa della democrazia, né un intervento militare: è la fine ufficiale del “globalismo” che legava il potere militare degli Stati Uniti all’ideologia liberale di sovranità nazionale nello Statuto delle Nazioni Unite, ossia l’obiettivo di Trump di cui parlavo già nel 2019. È la fine del “secolo americano” che Woodrow Wilson immaginava per il mondo durante la Prima Guerra Mondiale e ripresa poi da Franklin Delano Roosevelt durante la Seconda Guerra Mondiale. Rappresenta la cartolarizzazione delle risorse strategiche nel contesto della rivalità sinoamericana e, infine, un tentativo di riorganizzare le catene di produzione globali seguendo le linee geopolitiche. Si tratta di un precedente rischioso che mette a rischio la sovranità in tutta la regione, a cominciare dalla nuova troika, i nuovi tasselli che il potere imperiale statunitense punta a far cedere: Cuba, Nicaragua e Colombia.

2. La logica geoeconomica dietro la scelta del Venezuela

Il Venezuela non è stato scelto come primo bersaglio militare per puro caso, bensì perché rappresenta l'incontro ideale tra opportunità geopolitica e viabilità politica. Il Paese ospita la più grande riserva di petrolio al mondo e vari depositi di materie prime critiche essenziali per l’energia rinnovabile e le tecnologie di difesa. Trump ha ripetutamente sottolineato l’importanza di queste risorse, in particolare durante un’intervista nella quale ha dichiarato che, in seguito al sequestro di Maduro, avrebbe “governato il Venezuela”.

La sua schiettezza circa i fini materiali dell’imperialismo si collega direttamente alla più ampia strategia di friendshoring o nearshoring stabilita nella NSS del 2025. Il documento non si limita a proporre una diversificazione dalle catene di approvvigionamento cinesi. Almeno sul piano retorico, punta alla ristrutturazione sistematica di reti globali del valore basate su criteri geopolitici. Pertanto, il duplice obiettivo verso l’America Latina è chiaro: prima di tutto, assicurare il controllo degli Stati Uniti sulle risorse minerarie critiche (litio, rame, terre rare) e sulle infrastrutture strategiche (porti, rete di telecomunicazioni e sistemi energetici); in secondo luogo, integrare l’economia latino-americana in catene manifatturiere completamente isolate dalla partecipazione o dall’influenza cinese.

L’offerta avanzata da Maria Corina Machado in un’intervista con Donald Trump Jr. chiarisce perfettamente la questione mineraria: in cambio del sostegno per un cambio di regime che avrebbe portato il suo gruppo al potere, ha offerto1,7 miliardi di dollari in asset venezuelani alle imprese statunitensi. L’accordo proposto non è sostanzialmente diverso dalle concessioni petrolifere che caratterizzarono l’imperialismo classico della fine del XIX e l’inizio del XX secolo, le stesse che contribuirono allo scoppio delle due guerre mondiali.

Riguardo la questione delle catene di approvvigionamento, il piano va oltre le problematiche tradizionali relative all’estrazione di risorse, estendendosi alla riorganizzazione dei sistemi produttivi regionali. Nei settori ad alta intensità di manodopera, energia e input a basso costo, dove la reindustrializzazione mediante onshoring negli Stati Uniti non è praticabile, Washington propone di costruire dei ponti manifatturieri in America Latina in settori strategicamente sensibili (semiconduttori, batterie, prodotti farmaceutici e materiali avanzati), ma devono essere catene a stretto contatto con le strutture governative che escludano investimenti cinesi, tecnologia cinese o l’accesso a mercati cinesi. Si tratta di un tentativo di compartimentalizzare geopoliticamente le reti produttive, creando delle catene di approvvigionamento parallele costruite intorno a una lealtà strategica. Soltanto in questo modo è possibile comprendere la decisione del governo messicano di imporre, a partire dal 1° gennaio 2026, dei dazi su una serie di prodotti provenienti da Cina, Brasile e altri Paesi che non hanno alcun accordo commerciale con il Messico.

Anche la dimensione simbolica della scelta di attaccare il Venezuela merita attenzione. La narrativa MAGA ha bisogno di nemici che minaccino lo “il tradizionale stile di vita americano”. Il Venezuela è perfetto per tale ruolo: può rappresentare una fonte di immigrazione non desiderata e allo stesso tempo di narcotraffico, due ossessioni centrali della base politica di Trump. A differenza del Canada e della Groenlandia, la cui invasione risulterebbe politicamente indifendibile e provocherebbe una crisi nell’alleanza occidentale, un attacco al Venezuela attiva dei pregiudizi radicati e fornisce dei capri espiatori comodi per i problemi interni agli Stati Uniti.

3. Smontare le giustificazioni ufficiali

Le tre narrazioni usate per legittimare l’intervento militare (la difesa della democrazia, la lotta al narcotraffico e l’intervento umanitario) crollano sotto una minima analisi, mostrandosi per quello che sono, ossia dei pretesti per un’operazione guidata da interessi di dominio economico, sostenuti dal potere politico e militare, con lo scopo di rinforzarli a medio termine.

L’argomento della democrazia è particolarmente insostenibile se pronunciato da Trump. Senza nemmeno citare il 6 gennaio 2021, Trump stesso ha pubblicamente deriso più volte l’utilizzo della “difesa della democrazia” come giustificazione per gli interventi imperiali, denunciandola come ipocrisia liberale. Nel dicembre 2015 Trump difese Vladimir Putin dichiarando: “Anche il nostro Paese uccide molto... Al momento c’è molta stupidità nel mondo, molte uccisioni, molta stupidità.” Nel febbraio 2017, ormai presidente, Trump, alla critica di Bill O’Reilly, che disse “(Putin) è un assassino”, rispose dichiarando che “ci sono molti assassini. Pensi che il nostro Paese sia innocente?”. Il suo operato conferma questo cinismo della retorica democratica: Trump mantiene alleanze strette con dittatori a lui amici, dalle monarchie assolute del Golfo Persico all’Arabia Saudita, e ha inoltre sostenuto con entusiasmo la politica golpista di Jair Bolsonaro e del suo entourage in Brasile. Il problema non è mai l’assenza di democrazia, ma il mancato allineamento con Washington.

L’argomento antidroga è altrettanto falso. Pochi giorni prima dell’invasione del Venezuela, Trump ha concesso la grazia presidenziale al Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras, che fu accusato e condannato negli Stati Uniti per associazione a delinquere per traffico di droga su scala industriale. Il narcotraffico è una narrazione utile quando serve a demonizzare gli avversari. È invece irrilevante quando l’imputato è un alleato strategico. La selettività è piuttosto evidente.

La giustificazione umanitaria è forse la più oscena delle tre. Un’amministrazione che fornisce sostegno militare, diplomatico e politico incondizionato al genocidio di Israele a Gaza (dove più di 60mila civili palestinesi, tra cui più di 18mila bambini, sono stati uccisi in pochi mesi) non ha alcuna credibilità morale. Inoltre, le azioni militari degli Stati Uniti contro il Venezuela (bombardamenti alle infrastrutture civili e blocchi navali che per anni hanno impedito l’importazione di cibo e farmaci) hanno aggravato drammaticamente la sofferenza della popolazione venezuelana che l’intervento dichiarava, almeno in apparenza, di voler alleviare.

4. L’intervento militare e le sue ripercussioni regionali

La sequenza di eventi che ha portato al sequestro di Maduro ha seguito uno schema prevedibile. Dopo mesi di sanzioni unilaterali sempre più intense e minacce sempre più esplicite, l’amministrazione Trump ha ordinato un blocco navale. Lui forse non lo sa, ma fu il blocco navale e l’intervento militare di Regno Unito, Germania e Italia in Venezuela nel 1902 a portare il Corollario Roosevelt alla dottrina Monroe, come ho mostrato in un lungo articolo accademico sull’imperialismo statunitense in America Latina tra il 1898 e il 1933. Come Trump, Theodore Roosevelt rivendicò per gli Stati Uniti il diritto esclusivo di controllare l’emisfero occidentale, annunciando pubblicamente l’intenzione di espellere gli imperi militari e finanziari dall’America Centrale e dai Caraibi. Trump ha anche ripreso lo schema della “dollar diplomacy” (o “diplomazia del dollaro”) di inizio Novecento, coordinando le forze speciali e la CIA (Central Intelligence Agency) con settori dell’opposizione interna e con disertori militari, per poi culminare con il sequestro illegale del presidente venezuelano il 3 gennaio 2026.

Le successive dichiarazioni di Trump sono state esplicite: gli Stati Uniti “amministrerebbero il Paese” e userebbero i proventi del petrolio per “pagare l’operazione militare e ricostruire il Venezuela per come dovrebbe essere”. Gli obiettivi sono inequivocabili: controllo diretto delle risorse strategiche e riorganizzazione dello Stato venezuelano secondo gli interessi imperiali.

Le ripercussioni regionali di tale azione sono profonde e pericolose. Cuba, Nicaragua e Colombia sono i prossimi obiettivi più probabili. Trump li ha già minacciati e il precedente venezuelano dimostra che non si tratta di semplice retorica. Il regime comunista cubano, isolato dopo decenni di blocchi e recentemente indebolito da gravi crisi energetiche, potrebbe avere i giorni contati. E Gustavo Pedro potrebbe pagarla cara per aver rivelato scomode verità a New York e per aver rappresentato un tassello importante nel domino delle forze di sinistra dell’America Latina che Trump vuole abbattere.

Messico, Brasile e perfino potenze occidentali come Danimarca (per via della Groenlandia) e Canada sono in stato di allerta. Le minacce contro la Groenlandia non possono più essere liquidate come vane provocazioni.

Chiaramente, non tutta l’America Latina risponde allo stesso modo alla coercizione imperiale. L’Argentina di Javier Milei rappresenta un controesempio istruttivo: l’allineamento ideologico e strategico totale con Washington è stato premiato con un pacchetto di salvataggio da 40 miliardi di dollari. Questo schema di ricompense e punizioni selezionate conferma la natura chiaramente transazionale della logica emisferica: chi accetta la subordinazione riceve sostegno finanziario; chi resiste affronta una coercizione crescente.

Tuttavia, la resistenza ecuadoriana alle basi militari estere, confermata in un referendum popolare di novembre 2025, mostra che imporre la volontà di Washington incontra ostacoli persino in Paesi relativamente piccoli. L’invasione del Venezuela, invece, aumenta drasticamente i possibili costi della resistenza, confermando che gli Stati Uniti sono disposti a usare la forza militare diretta quando ritengono che i propri interessi sono sotto minaccia.

5. Brasile, Cina e i limiti dell'unilateralismo coercitivo

La strategia trumpiana di subordinazione emisferica, seppur fondata su ricatti tariffari e minacce militari, incontra limiti strutturali evidenti. Il caso brasiliano li mostra con particolare chiarezza.

Europa, Giappone e Corea del Sud hanno ceduto rapidamente alle richieste commerciali di Trump perché dipendono militarmente dagli Stati Uniti, in altri termini: sono stati costretti a “pagare un tributo per mantenere l’impero americano”. Il Brasile, al contrario, ha mantenuto una resistenza relativamente efficace. Questa capacità deriva da alcuni vantaggi strutturali specifici: La Cina è da oltre un decennio il principale partner commerciale del Brasile e assorbe una quota crescente delle sue esportazioni di materie prime. Questo ha permesso al Brasile di accumulare consistenti riserve internazionali, utili per gestire crisi valutarie. La diplomazia brasiliana ha costruito relazioni alternative attraverso i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e altre piattaforme multilaterali del Sud globale.

La campagna di Lula per la dedollarizzazione, intensificata dopo la sua visita in Cina dell’aprile 2023, rappresenta una sfida diretta allo strumento fondamentale del potere statunitense: il controllo del sistema monetario internazionale. Le proposte di un accordo bilaterale di scambi e transazioni estere in valute nazionali, i dibattiti su una moneta comune dei BRICS e la diversificazione delle riserve internazionali privano New York del suo ruolo e, gradualmente, erodono la capacità di Washington di usare le sanzioni finanziarie come arma geopolitica.

La relativa autonomia del Brasile irrita chiaramente Washington. I consiglieri di Trump hanno dichiarato pubblicamente che gli Stati Uniti sono “molto preoccupati” dai BRICS e dalla dedollarizzazione, e considerano il Brasile un problema specifico. Il tentativo di forzare l’allineamento brasiliano tramite dazi punitivi ha però incontrato un limite elementare: il mercato statunitense, seppur importante, non è più indispensabile per l’economia brasiliana come lo era in passato. L’accesso a Wall Street resta cruciale, ma bloccarlo al Brasile come strumento di pressione accelererebbe ciò che Trump intende evitare: l’uscita del Brasile dall’orbita del dollaro e il suo avvicinamento ai BRICS.

I limiti più gravi della Dottrina Donroe, tuttavia, vanno ben oltre i singoli Paesi. Le occupazioni militari prolungate sono insostenibili sul piano dei costi, come dimostrano Iraq e Afghanistan. I sondaggi negli Stati Uniti indicano che il 55% della popolazione si è opposto all’invasione del Venezuela, un dato che suggerisce come le future avventure militari incontreranno una resistenza interna crescente, soprattutto in presenza di vittime statunitensi o costi fiscali elevati.

È inoltre rilevante puntualizzare che gli Stati Uniti non sono in grado di offrire proposte di sviluppo comparabili a quelle della Cina. Mentre la strategia di Washington condiziona l’accesso al mercato dei consumi alla sottomissione politica e usa le sanzioni come strumento punitivo, Pechino propone infrastrutture concrete, paziente credito a lungo termine, trasferimento tecnologico e mercati in espansione, il tutto senza condizioni politiche onerose. Questa asimmetria delle offerte di sviluppo crea un vantaggio strutturale per la Cina, che dazi e minacce militari non riescono a neutralizzare.

Neanche il rischio di un contraccolpo geopolitico andrebbe sottovalutato. Ogni azione coercitiva statunitense rafforza la narrativa cinese secondo cui Washington minaccia la sovranità del Sud globale, spingendo molti Paesi a cercare protezione in un allineamento più stretto con Pechino. L’invasione del Venezuela fornisce una prova clamorosa di questa tesi, incrementando potenzialmente la formazione di blocchi e alleanze con la Cina che Trump dichiara di voler evitare.

6. Il dado è tratto: un precedente pericoloso e la necessità di una resistenza collettiva

L’intervento militare statunitense in Venezuela e il sequestro di Nicolás Maduro costituiscono una violazione flagrante del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. A prescindere da qualsiasi valutazione sul governo venezuelano, il principio della non ingerenza militare unilaterale è una conquista fondamentale della civiltà politica moderna, elaborata fin dal 1648 (Pace di Vestfalia), e non può essere abbandonato senza conseguenze catastrofiche per l’ordine internazionale.

Il precedente stabilito è gravissimo. Se gli Stati Uniti possono invadere un Paese sovrano, rovesciarne il governo e assumere il controllo diretto delle sue risorse naturali sulla base di giustificazioni apertamente false, nessuno è al sicuro, a meno di non disporre di una forza militare deterrente o di alleanze armate solide. La normalizzazione degli interventi militari unilaterali distrugge ogni pretesa di un ordine internazionale fondato su regole. “Il re è nudo”. Di conseguenza, questa escalation militare rivela più debolezze che punti di forza. Un egemone sicuro della propria superiorità economica, tecnologica e culturale non ha bisogno di invadere Paesi per garantirsi l’accesso a risorse o a mercati. La predisposizione degli Stati Uniti a usare la forza diretta segnala l’erosione di forme di dominio più discrete.

Il sequestro di Maduro indebolisce, ma non elimina, il dominio del chavismo in Venezuela, né tanto meno risolve le contraddizioni strutturali del declino egemonico statunitense. Gli Stati Uniti non sono in grado di offrire un modello di sviluppo equiparabile a quello cinese. Non dispongono delle risorse fiscali per finanziare un Piano Marshall emisferico. Non possono invertire decenni di deindustrializzazione interna con dazi punitivi contro gli alleati. Imporre il controllo militare diretto del Venezuela, ammesso che sia sostenibile, può garantire l’accesso al petrolio venezualano, ma non restituisce agli Stati Uniti la centralità nelle catene produttive globali.

Le alternative alla subordinazione esistono, ma richiedono coordinamento politico e coraggio strategico da parte dei governi del Sud globale. Il rafforzamento di piattaforme regionali come la Comunità degli Stati Latino-americani e Caraibici (CELAC), l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) e i BRICS offre spazi istituzionali per una resistenza collettiva. Una maggiore integrazione economica Sud-Sud riduce la vulnerabilità alla coercizione statunitense. La diversificazione delle riserve internazionali e lo sviluppo di sistemi di pagamento alternativi indeboliscono il potere delle sanzioni finanziarie.

La lezione fondamentale che ci viene dall’invasione del Venezuela è chiara: la sovranità isolata è fragile, solo il coordinamento collettivo può controbilanciare il potere imperiale. La sfida per i governi progressisti dell’America Latina e del Sud globale è trasformare l’indignazione retorica in cooperazione concreta. Si è creato un precedente. La posta in gioco è storica: i prossimi passi determineranno se il XXI secolo sarà segnato dal ritorno di un imperialismo militare predatorio o dal consolidamento di un ordine internazionale realmente multipolare.

Available in
Portuguese (Brazil)EnglishSpanishGermanFrenchItalian (Standard)HindiArabicRussian
Translators
Michele Paduano, Cora Annoni and ProZ Pro Bono
Date
30.01.2026
Source
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