Il 30 marzo, Israele ha approvato una legge sulla pena di morte destinata esclusivamente ai palestinesi, ampliando l’uso della pena capitale sia nei tribunali militari sia in quelli civili. La legge è stata promossa dal ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, esponente di punta dell’estrema destra israeliana e leader del partito Potere Ebraico. Il 17 maggio è stata firmata dal comandante del Comando Centrale, Avi Bluth, per applicarsi ai palestinesi della Cisgiordania.
Ma la legge sulla pena di morte è stata solo l’inizio. Da allora, una valanga di provvedimenti è stata fatta avanzare nel sistema giuridico e politico israeliano, ampliando in modo significativo la facoltà dello Stato di comminare la morte ai palestinesi.
L’ultimo di questi provvedimenti è stato approvato l’11 maggio e riguarda, nella fattispecie, i palestinesi sospettati di qualsiasi grado di coinvolgimento negli eventi accaduti il 7 ottobre e nei giorni a seguire (giuridicamente definito come 7–10 ottobre 2023).
Questa nuova legge, considerata gemella della prima, è con ogni probabilità più radicale: si applica retroattivamente e consente condanne su una base probatoria estremamente permissiva. Ciò include “prove” raccolte in condizioni di tortura che, secondo numerosi report, costituisce una prassi sistemica nelle carceri israeliane, descritte da B’Tselem come “una rete di campi di tortura”.
La legge è stata approvata con un consenso di 93 a 0, abbracciando praticamente l’intero spettro politico sionista.
Vale la pena soffermarsi su quanto sia permissiva la base probatoria della legge. L’ex procuratrice della regione Sud, Moran Gez, ha ammesso in un’intervista del gennaio 2025 a Ynet che “la maggiore difficoltà è probatoria” con riferimento agli eventi del 7 ottobre, poiché “usare le prove per collegare un crimine specifico a un imputato specifico, quando si ha a che fare con dozzine di scene del crimine, centinaia di sospetti fermati e migliaia di reati commessi, è quasi impossibile”.
Ma la nuova legge non deve seguire nessuna di queste regole probatorie, “incluse le istruzioni relative allo studio dei materiali d’indagine, alla catena di custodia e al trasferimento delle prove”, e ammette dichiarazioni scritte confrontate con confessioni testimoniali quando l’accusa è convinta che ciò “non lederà sostanzialmente l’equità del procedimento”.
Il richiamo all’“equità” non riesce nemmeno a velare l’iniquità del presupposto. L’intero impianto rimuove il contesto dell’occupazione e considera qualsiasi partecipazione agli attacchi come motivata dall’odio verso gli ebrei. Questa definizione è stata già sancita l’anno scorso in una legge contro la “negazione degli eventi del massacro del 7 ottobre”, secondo cui qualsiasi “identificazione” con quegli atti comporta 5 anni di carcere.
Lo scopo dichiarato dell’attuale legge riprende ed elabora tale impostazione, includendo “l’azione penale contro coloro che hanno commesso atti di terrorismo, omicidio, crimini sessuali, sequestro di persona e saccheggio” compiuti da Hamas “e dai suoi complici”. L’inclusione del “saccheggio” nell’elenco dei reati non è casuale. E ciascuno di essi, se considerato come parte di un tutto, costituisce “crimini contro il Popolo Ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra”, secondo il testo della legge.
Gez è stata inequivocabile nel suo precedente sostegno all’inclusione di qualsiasi partecipante sospetto agli eventi di quel giorno, affermando che “chiunque sia entrato in Israele da Gaza il 7 ottobre per uccidere o per saccheggiare, non importa, dovrebbe essere incluso nell’atto d’accusa e, per quanto mi riguarda, ricevere la pena di morte”.
Ha poi aggiunto: “Perché? Perché coloro che non hanno ucciso ma hanno saccheggiato, incendiato, rubato, raccolto degli avocado, come qualcuno sostiene, a causa di questo caos hanno impedito alle forze dell’esercito israeliano di arrivare in tempo. Sei arrivato alla porta con un trapano e l’hai aperta per saccheggiare? Poi un terrorista è entrato e ha ucciso dei civili lì.”
Lasciamo sedimentare: un popolo sotto occupazione illegale che potrebbe essere stato del tutto estraneo alla pianificazione ed esecuzione dell’attacco, ma che quel giorno ha scavalcato la recinzione per raccogliere degli avocado, è stato partecipe di un “genocidio” contro il popolo ebraico, come gli eventi del 7 ottobre vengono comunemente caratterizzati dai media israeliani.
La legge ha un profilo collettivo che consente incriminazioni collettive. Uno dei suoi aspetti più rilevanti è che esclude la possibilità che una persona venga liberata in uno scambio di prigionieri se è “sospettata, incriminata o condannata per un reato commesso nell’ambito degli eventi del massacro del 7 ottobre”.
E che cosa accade a coloro che sono “sospettati” di partecipazione? Il loro processo può essere deciso persino senza la presenza dell’imputato (in “condizioni normali”, gli imputati possono comparire alle udienze in videochiamata dai loro campi di tortura). Quanto alla decisione di comminare la pena di morte, può essere adottata a maggioranza semplice di due giudici su tre nominati dal Capo di Stato Maggiore, abbandonando la precedente prassi dell’unanimità.
Gran fame di “processi-spettacolo”
I processi stessi sono autorizzati a essere pubblici e filmati, concepiti come una sorta di spettacolo dell’orrore per il pubblico.
È quanto ha descritto Adalah, il Centro giuridico per i diritti della minoranza araba in Israele, sostenendo che la legislazione “subordina ogni principio di giustizia penale equa a uno spettacolo punitivo e retributivo”, sostituendo un autentico accertamento giudiziario con “processi-farsa” sanzionati dallo Stato, come ha dichiarato l’avvocata di Adalah Muna Haddad a The New Arab. L’interesse per questo tipo di spettacolo si è sviluppato nel corso di anni. All’inizio del 2024, canali televisivi mainstream israeliani hanno trasmesso filmati provenienti da strutture di detenzione, con funzionari che si vantavano del trattamento riservato ai detenuti. Nello stesso periodo, l’esercito israeliano ha portato civili in tali strutture per guardare e filmare in diretta la tortura di palestinesi, incluse torture con nudità. La morte, a quanto pare, è l’esito logico di quel desiderio pubblico. Una parte di questo fame è alimentata dal diffuso desiderio di “entrare nei libri di storia” per aver messo “i nazisti dell’era moderna” sotto processo, come ha dichiarato di recente la parlamentare Yulia Malinovsky del partito di opposizione Israel Beitenu.
Il leader del partito di Malinovsky, il grande liberale Avigdor Lieberman, in passato ha suggerito che i palestinesi che esprimono slealtà verso Israele vengano decapitati con un’ascia e che i prigionieri palestinesi vengono annegati collettivamente nel Mar Morto.
Ora, però, Malinovsky ha individuato un modo “illuminato” per realizzare questi obiettivi: “attraverso una procedura giudiziaria legale, filmata e trasmessa”.
Neppure l’aspetto della trasmissione è un dettaglio accessorio. La Knesset ha votato il 2 giugno lo stanziamento di 86 milioni di NIS (29 milioni di dollari) per l’infrastruttura del tribunale nel 2026 — inclusi i sistemi di trasmissione — 359 milioni di NIS (121 milioni di dollari) nel 2027, 307 milioni di NIS (104,6 milioni di dollari) nel 2028, e poi 262 milioni di NIS all’anno (89 milioni di dollari) dal 2029 in avanti.
Per un investimento pubblico di tale entità, l’opinione pubblica israeliana vorrà ottenere ciò per cui ha pagato.
