Palestine

“La volontà dei popoli rimane viva”

Rola Abu Dahou, ex detenuta politica palestinese e docente presso l’Università di Birzeit, riflette sulla storia della violenza coloniale e sulla responsabilità della comunità accademica in Palestina.
Questo è il terzo di quattro articoli dedicati alla pena di morte inflitta ai palestinesi da Israele, basati sugli interventi avvenuti durante il webinar del 17 maggio organizzato dall’Internazionale Progressista e dalla Palestinian Youth Organization.

L’intero webinar è disponibile qui.

La guerra ha causato un atroce genocidio del nostro popolo a Gaza.

Tuttavia, è anche una guerra che svela tutti i significati del concetto di lotta al colonialismo. Dopo un conflitto di tale portata, prendere posizioni ambigue non ha più senso. O stai con il tuo popolo che viene annientato o ti schieri dall’altra parte. È semplice e chiaro. Non ci sono vie di mezzo. Noi accademici possiamo dedicarci a speculazioni filosofiche e prendere le distanze da ciò che sta accadendo ma, prima di parlare del mondo accademico, permettetemi di soffermarmi sui preziosi interventi fatti oggi dai miei colleghi e da Fida.

Voglio far notare che il genocidio è in atto sin dalla fondazione di questa entità. Come Kamil ha sottolineato all’inizio, se analizziamo tutto ciò che hanno detto i leader sionisti, da Ben-Gurion a Sharon, durante l’avvicendarsi dei governi sionisti, emerge una cosa molto chiara nelle loro dichiarazioni sulla guerra contro i palestinesi: la questione del loro annientamento, in particolare l’annientamento di donne e bambini. Perché le donne e i bambini palestinesi? Perché vogliono interrompere la loro discendenza. Perché la battaglia è una lotta per l’esistenza tra il colonizzatore e noi. Questo non si limita alla Palestina. Ovunque nel mondo, il colonizzatore vuole semplicemente cancellare il popolo colonizzato.

Prendere di mira i corpi o i grembi palestinesi in quanto tali è stata una pratica costante delle bande sioniste sin dalla loro origine a partire dal 1900, e nel 1948 quando questa entità emerse dalle rovine del nostro popolo e dall’esilio del popolo palestinese. L’uccisione della nostra gente e lo stupro delle donne facevano parte del terrorismo psicologico e morale volto a costringere i palestinesi a emigrare.

La questione è un conflitto tra due volontà: la volontà di morte e la volontà di vivere. La nostra volontà di vivere non consiste solo nel riprodursi, ma nel portare avanti una storia segnata da uccisioni e genocidi sin dal principio. L’esecuzione esiste con o senza la legge. Nell’aprile del 1984 quattro giovani della Striscia di Gaza dirottarono il Bus 300 diretto a Beersheba, nel sud della Palestina. L’autobus fu circondato. I giovani si comportarono in modo umano, facendo scendere dall’autobus una donna incinta, e fu lei a denunciarli. L’autobus era diretto al confine egiziano, con lo scopo, ovviamente, di rilasciare i prigionieri.

Durante gli scontri per liberare i passeggeri, le forze d’occupazione affermarono che i combattenti della resistenza erano stati uccisi. Ma in seguito spuntò la foto di uno di loro, Abu Jamea, che era stato catturato. Alla fine l’esercito d’occupazione dovette ammettere che lo avevano ucciso con una pietra, colpendolo alla testa mentre era ancora vivo. Questa non è altro che un’esecuzione. Negli anni settanta erano soliti prendere un prigioniero e dirgli di correre lungo la costa di Gaza in modo da potergli sparare. Molti prigionieri si salvarono da esecuzioni di questo tipo gridando aiuto alle loro famiglie o alle persone nei dintorni.

Il punto è che si tratta di una lotta per l’esistenza e le forze occupanti sono consapevoli che su questa terra c’è posto solo per loro o per noi.

Gli avvenimenti del 7 ottobre hanno portato a una graduale intensificazione di tale lotta, che è esplosa tutta d’un tratto causando una grave escalation del genocidio, in proporzione alla portata della resistenza. Ma il genocidio c’è sempre stato. Anche i prigionieri per tutto il tempo sono stati sottoposti a una lenta esecuzione. La volontà di morte è sempre esistita, con o senza una legge esplicita. La volontà di morte degli occupanti risiede nel desiderio di continuare a sterminarci. In prigione si diceva che cercassero di schiacciare i prigionieri e trasformarli in cadaveri mentre erano ancora vivi. A oggi abbiamo decine di prigionieri martirizzati dentro celle frigorifere o nei cimiteri dei numeri. Che cos’è, se non un’esecuzione?

Esecuzioni compiute attraverso la negligenza medica, il rifiuto delle cure, il sottoporre i corpi a esperimenti scientifici, le dure condizioni di vita nei centri di detenzione, consentendo alle malattie di consumarli fino alla morte. Queste sono esecuzioni. Questo è genocidio. Stiamo vivendo in un continuo genocidio.

In ambito accademico si è scritto molto a tal proposito. Ad esempio, la dottoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian si è sempre occupata della questione della morte: come la morte rappresenti una sfida per i palestinesi e la morte come obiettivo delle forze occupanti, respinta dai palestinesi con la volontà di vivere.

Oggi uno dei redattori di Haaretz, quotidiano decisamente sionista, ha scritto che, guardando le immagini del funerale del martire al-Haddad, il comandante delle brigate Qassam assassinato due giorni fa, con dei bambini che corrono, si capisce chiaramente che gli occupanti sono stati sconfitti, che Netanyahu è stato sconfitto. Semplicemente perché c’è la volontà di vivere. Questi bambini non hanno visto nulla della vita e non sanno niente di chi è al potere. Hanno solo fatto esperienza della guerra, in particolare del genocidio degli ultimi tre anni. Eppure resistono andando incontro alla vita. Anche questo è un aspetto importante: resistono andando incontro alla vita.

La mia collega Fida ha parlato ampiamente della legge, il che è fondamentale. Ma l’occupazione non ha bisogno della legge. L’occupazione mira a cancellarci, annientarci e sostituirci completamente. Non ci considera. Ma in seguito a quanto avvenuto dopo il 7 ottobre, ossia lo scatenarsi dell’estrema destra che ha sfruttato il momento storico, oggi non solo le forze occupanti varano leggi sulla pena di morte, ma cercano di promulgarne molte altre sulla confisca delle terre, la costruzione di insediamenti, l’uccisione dei palestinesi in Cisgiordania, la limitazione della libertà d’espressione e la loro espulsione dal Paese. In questo momento, alla Knesset questa destra sta facendo approvare leggi che sono parte del genocidio. Magari non genocidio dei corpi, ma dell’intera esistenza palestinese.

Oggi gli accademici sono tenuti a smascherare questa politica. Non ci sono posizioni intermedie: o di qua o di là. O ci si schiera con la narrazione della propria gente, per la libertà, o si sta dall’altra parte. Il mondo accademico non è mai stato neutrale. L’immagine della comunità accademica “neutrale e oggettiva” che l’Occidente ci ha trasmesso e che ha promosso è una menzogna. Gli accademici hanno il compito di schierarsi con le cause del proprio popolo, qualunque esso sia; di chi vive sotto un regime corrotto, degli emarginati, delle donne. La loro missione è sostenere le giuste cause di queste persone, della comunità, della famiglia. Oggi è questa la missione degli accademici palestinesi, ma non tutti ne prendono parte. Assume importanza durante la guerra, perché se vogliamo costruire una narrazione palestinese e continuare la lotta contro l’occupazione, dobbiamo riconoscere tutto il dolore, le ferite e le tragedie che hanno segnato il nostro popolo negli ultimi tre anni, ossia schierarci con il sangue versato. Questa diventa una delle nostre missioni fondamentali. Tre anni fa era molto facile per gli accademici dedicarsi alla ricerca e al dibattito. Oggi sono sotto esame, come tutti, e non possono accontentarsi del voto minimo per passarlo. Parliamo di una battaglia, di una lotta contro l’occupazione. Questo è il ruolo degli accademici.

Nello specifico, menzioniamo le detenute donne come esempio non per descriverne le condizioni, dato che non c’è differenza rispetto a qualunque prigione. Dirò che le loro condizioni sono pessime come lo sono in tutte le carceri, poiché in quest’occupazione il colonizzatore non fa distinzione tra uomo e donna palestinese. Anche questo è importante. In fin dei conti, i sionisti non vogliono la nostra esistenza, tantomeno quella delle donne palestinesi, in quanto portano in grembo il futuro palestinese. Non vogliono le donne palestinesi.

È quindi evidente che la situazione delle detenute e dei detenuti è la stessa: fame, repressione continua, a volte raddoppiata, e condizioni durissime. Come se non bastasse, sfruttano il fatto che proveniamo da comunità in qualche modo conservatrici, religiose, patriarcali e fanno leva su questo per aumentare la repressione e la pressione. Secondo il resoconto fornito due giorni fa dall’ex detenuta Layan Nasir, oggi nelle celle delle detenute, in particolare quelle velate, entrano secondini uomini, non donne, ignorando se indossano il velo o se sono vestite in modo consono. C'è anche un tentativo di sottomissione e annientamento psicologico. L’annientamento non è solo fisico: mira anche a privare i palestinesi della propria volontà. Questo è molto importante. «Non potevamo uccidervi fisicamente, quindi vi uccidiamo nello spirito, nella moralità, nella volontà. Vogliamo porre fine alla vostra esistenza, liquidarvi, in modo che non esistiate più». A questo mira l'occupazione attraverso le sue pratiche repressive e umilianti, di cui Mohammed ha descritto una parte importante. Apprezzo la sua volontà di parlare, perché molti non erano pronti a descrivere la portata della repressione a cui erano stati sottoposti nelle prigioni, soprattutto riguardo alle molestie sessuali e lo stupro.

Due settimane fa, l’associazione Al-Dameer ha documentato trentaquattro casi di molestie e stupro e li ha raccolti in un dossier disponibile sul sito web dell’associazione. Vi è anche una testimonianza straziante, precisa e molto dolorosa per chi l'ascolta, resa dal giornalista Sami al-Saadi, originario della città di Tulkarm, che ha subito uno stupro. Ha descritto l’accaduto nei minimi dettagli: come è stato violentato e come i detenuti siano attualmente sottoposti a tortura sessuale. Indipendentemente dal fatto che lo stupro avvenga o meno, lo schema della tortura mira agli organi sensibili, insieme all’intera identità sessuale all’interno delle prigioni.

Voglio sottolineare questo: tali testimonianze esprimono la volontà di vivere.

La questione di come i palestinesi possano sviluppare forme di resistenza in grado di tutelare il popolo, non come vittima ma come soggetto politico ed epistemico, è un argomento spinoso e oggetto di ampio dibattito. Significa ricostruire l’intera lotta alla luce di quanto è accaduto negli ultimi tre anni. È un compito enorme che ricade sulle spalle di tutti, senza eccezioni. Non si tratta semplicemente di redigere un progetto sommario. Richiede di riflettere sugli avvenimenti, trarne insegnamenti importanti e inventare meccanismi che si adattino a tutti gli sviluppi e le trasformazioni che si sono verificati.

Nella storia dei popoli, per quanto gli occupanti e i colonizzatori abbiano fatto ricorso a meccanismi di repressione, sottomissione, sterminio, pulizia etnica e razziale, la volontà dei popoli rimane viva ed è proprio quella a trionfare alla fine. Questa è la regola. Non importa quanto duri questa lotta: trionferemo e conquisteremo la libertà.

Rola Abu Dahou è un'ex detenuta, ricercatrice e docente di studi sulle donne all'Università di Birzeit. Abu Dahou colloca gli eventi attuali nel contesto di una storia più ampia di violenza coloniale, sostenendo che la persecuzione dei palestinesi, in particolare delle donne, è sempre stata al centro dei progetti di sterminio e sfollamento. Riflette sulla responsabilità del mondo accademico palestinese nel documentare le esperienze vissute, produrre narrazioni di liberazione e resistere alla normalizzazione della violenza coloniale.

Available in
EnglishArabicSpanishPortuguese (Brazil)GermanItalian (Standard)
Translators
Arianna Nuzzolese and Marco Ceriotti
Date
04.06.2026
Progressive
International
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