Speeches

Liberazione nazionale: imperativo categorico per i popoli delle Americhe

Il discorso tenuto da Manuel Maldonado-Denis nel 1981 definisce la liberazione nazionale come un imperativo categorico per la regione.
Nel suo intervento del 1981 a una conferenza dell’Avana di intellettuali latinoamericani e caraibici, Manuel Maldonado-Denis afferma che la piena sovranità dell’America Latina e dei Caraibi richiede una lotta anti-imperialista continua e unitaria, finalizzata a conseguire non solo l’indipendenza politica, ma anche quella economica dal dominio degli Stati Uniti.

Nota editoriale: alla luce della persistente aggressione degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela, che comprende anche attacchi e il rapimento del suo presidente, The Wire ripubblica il discorso di Manuel Maldonado-Denis. Si tratta di una risposta diretta all’aggressione statunitense durante l’era Reagan, proposta come appello sempre attuale all’unità regionale contro l’imperialismo e come richiamo alla necessità della liberazione e della sovranità collettiva della “Nostra America”.

“Le lotte per l’indipendenza nazionale dei popoli della Nostra America sono state, allo stesso tempo, lotte antimperialiste, da Tupac Amaru fino ai giorni nostri”.

Nel 1981, dal 4 al 7 settembre, scrittori, poeti e studiosi si riunirono all’Avana, a Cuba, per il Primero Encuentro de Intelectuales por la Soberanía de los Pueblos de Nuestra América, la prima conferenza degli intellettuali latinoamericani e caraibici dedicata alla sovranità dei popoli della nostra America. Ospitati dalla Casa de las Américas, i partecipanti provenivano da tutta la regione e rappresentavano un ampio spettro di posizioni ideologiche e politiche.

Ma su un punto vi era piena convergenza: la minaccia rappresentata da Ronald Reagan e dagli Stati Uniti per la pace, la sicurezza e la sovranità delle Americhe. Nell’introduzione a Nuestra América: En lucha por su verdadera independencia, la pubblicazione cartacea degli atti del convegno, i curatori sottolinearono infatti la rara urgenza politica che permeava l’atmosfera dell’incontro. Vi richiamavano inoltre quella che il giornalista uruguaiano e poeta Mario Benedetti definì “un’unità senza precedenti” dei partecipanti alla conferenza di fronte alla minaccia incarnata da Reagan. Gli editori proseguirono:

“...Con la sua bomba al neutrone, con la sua isterica escalation della corsa agli armamenti, con la sua ostinazione nel tenere in vita la Guerra Fredda, con il suo odio per il socialismo e per la causa della liberazione nazionale, e con le sue frequenti aggressioni contro i paesi che lottano per la piena indipendenza, Ronald Reagan ha involontariamente contribuito a far comprendere ai partecipanti all’incontro che, sebbene la sua aggressività riveli più debolezza che forza, l’imperialismo statunitense resta comunque un nemico potente, che viola i diritti fondamentali dei nostri popoli e che dobbiamo affrontare con decisione, impiegando tutte le risorse a nostra disposizione per sconfiggerlo”.

In breve, Ronald Reagan non solo ha mostrato il vero volto dell’imperialismo statunitense, ma ne ha anche messo in luce le debolezze e le vulnerabilità intrinseche. Uno dei contributi più significativi e stimolanti del congresso fu il discorso del politologo portoricano Manuel Maldonado-Denis (1933–1992). Pubblicato in spagnolo su Nuestra Américacon il titolo “La liberación nacional: imperativo categórico de Nuestra América”, apparve nel 1982 in inglese sulla rivista Tricontinental, con sede all’Avana, con il titolo “National Liberation: Categorical Imperative for the Peoples of Our America”.

Il saggio di Denis cattura appieno l’energia militante del congresso dell’Avana. L’autore richiama la lunga storia della resistenza indigena e africana nelle Americhe, così come le lotte dei contadini e dei lavoratori per la libertà. Ricorda inoltre i compiti fondamentali della liberazione nazionale: “a) la lotta per l’indipendenza nazionale; b) la lotta contro altre forme, sottili e meno sottili, di colonizzazione che persistono anche dopo il raggiungimento dell’indipendenza nazionale; c) la lotta per l’indipendenza economica, ossia il recupero, ad uso e beneficio della nazione, di tutti quei mezzi di produzione che restano in mani private; [e] d) la socializzazione di tali mezzi di produzione e il processo di costruzione del socialismo”.

È importante sottolineare che, per Maldonado-Denis, la liberazione nazionale può realizzarsi solo attraverso la costruzione di un’unità regionale capace di difenderla. Non sorprende dunque che Donald Trump, come Reagan prima di lui, continui a perpetuare la violenza sfrenata dell’imperialismo statunitense nella regione, compiendo tutto il possibile per alimentare divisioni e sospetti tra le nazioni e i popoli delle nostre Americhe. È giunto il momento che i popoli delle nostre Americhe riconoscano i loro interessi comuni, si uniscano e lottino contro il mostro.

Riportiamo di seguito il saggio di Manuel Maldonado-Denis, Liberazione nazionale: imperativo categorico per i popoli delle nostre Americhe.

Liberazione nazionale: imperativo categorico per i popoli delle nostre Americhe

Manuel Maldonado-Denis

Quando Immanuel Kant, il filosofo idealista, si propose di spiegare l’essenza dell’obbligo morale di ogni individuo nei confronti del resto dell’umanità, lo definì nei termini seguenti: “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come principio di una legislazione universale”. Questo imperativo categorico, così come viene formulato nell’etica del celebre filosofo di Königsberg, trova un’eco nel noto ammonimento ottocentesco di José Martí: “Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato sulla guancia di un altro uomo”. Tale responsabilità verso l’umanità nasce precisamente dal processo di solidarietà umana: combattere l’ingiustizia e l’oppressione ovunque esse si manifestino. Questo vale tanto per gli individui quanto per i popoli. Pertanto Martí afferma nel Manifesto di Montecristi: “Onora e commuove pensare che quando cade in terra di Cuba un combattente dell’indipendenza, magari abbandonato dalle nazioni indifferenti per le quali si è sacrificato, egli cade per il bene supremo dell’umanità, per l’affermazione della repubblica morale in America e per la creazione di un arcipelago libero, dove le nazioni rispettabili possano riversare le proprie ricchezze che, circolando, finiranno per confluire al crocevia del mondo”. Si può immaginare un’espressione più chiara o più compiuta di questo spirito internazionalista, che guidò Martí e continua a ispirare tutti coloro che concepiscono la lotta contro l’imperialismo come qualcosa che trascende nettamente i confini nazionali e si colloca al centro della battaglia contro l’ingiustizia e l’oppressione, in Palestina come in Sudafrica, in El Salvador come a Porto Rico? Un imperativo categorico è un comando, una prescrizione precisa che esige l’adempimento del dovere della solidarietà universale. Oggi, sul piano collettivo, questo dovere significa lottare per l’indipendenza e la liberazione nazionale dei popoli del mondo.

Nella nostra America, in particolare, esso implica sostenere le lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo, il colonialismo e il neocolonialismo. Oppure, per restare nel solco del pensiero dell’impareggiabile liberatore cubano, significa battersi senza tregua, con tutti i mezzi a nostra disposizione, per la prima e la seconda indipendenza di tutti i nostri popoli, vittime perenni del dominio e dello sfruttamento imperialista.

La storia della nostra America è particolarmente ricca di lotte di liberazione. Fortunatamente, una nuova generazione di storici e sociologi latinoamericani si è assunta il compito di recuperare queste lotte sociali da un passato sepolto, nel quale erano state confinate dalle versioni ufficiali della storia, modellate sulle idee delle classi dominanti dell’America Latina. Le lotte contro l’oppressione, dalle insurrezioni delle popolazioni indigene originarie a quelle degli schiavi africani, da Tupac Amaru a Macandal, costituiscono capitoli gloriosi della storia dei nostri popoli. Le masse popolari, i lavoratori, questi popoli “senza storia”, sono oggi in prima linea nei processi storici in corso. In questo contesto possiamo collocare coloro che hanno fatto propria la causa di questi popoli, coloro che hanno combattuto contro l’oppressione e il saccheggio. È così che possiamo comprendere nella giusta prospettiva eventi come la rivoluzione haitiana del XIX secolo e la rivoluzione cubana del XX secolo, la recente rivoluzione sandinista e la gloriosa lotta che il popolo salvadoregno sta conducendo in questo momento. I nostri giovani possono identificarsi con figure come Toussaint L’Ouverture, Simón Bolívar, Ramón Emeterio Betances, Eugenio María de Hostos, José Martí, Augusto César Sandino, Augusto Farabundo Martí, Julio Antonio Mella, Pedro Albizu Campos, Ernesto Guevara, Salvador Allende; in breve, con tutti coloro che hanno incarnato, con le parole e con i fatti, le speranze e i desideri dei popoli della Nostra America, senza dimenticare, naturalmente, gli innumerevoli eroi anonimi che ogni giorno resistono e lottano, ovunque e su ogni fronte, contro i tentativi di negare alle nostre comunità il diritto inalienabile a una vita dignitosa all’interno delle proprie società. Il concetto di liberazione nazionale richiederebbe uno studio approfondito e sistematico che non è possibile sviluppare in questo breve testo. Tuttavia, se dovessimo tracciarne le linee fondamentali, potremmo indicare quanto segue: a) la lotta per l’indipendenza nazionale; b) la lotta contro altre forme di dominio, sottili e meno sottili, che persistono anche dopo la conquista dell’indipendenza nazionale; c) la lotta per l’indipendenza economica, ossia il recupero, a beneficio della nazione, di tutti quei mezzi di produzione che restano in mani private; d) la socializzazione di tali mezzi di produzione e il processo di costruzione del socialismo. Tutti questi passaggi devono essere compiuti affinché il processo di liberazione nazionale giunga al suo pieno sviluppo e, come risulta evidente, trovi il suo culmine nel socialismo.

Se analizziamo nel dettaglio gli alti e bassi di questi processi, possiamo osservare che essi non hanno seguito un andamento lineare; al contrario, ciascun processo è stato segnato da avanzamenti e battute d’arresto. Una cosa, tuttavia, appare chiara: la lotta dei popoli per la liberazione può essere temporaneamente frenata, può persino essere contenuta per periodi relativamente lunghi attraverso l’uso di una repressione sistematica contro i settori popolari, ma non può mai essere definitivamente annientata. Come è stato ampiamente dimostrato nei paesi del Cono Sud e dell’America Centrale, quando il sistema di dominio imperialista viene minacciato, ricorre a metodi di tipo fascista. Passeremo ora a esaminare più in profondità ciascuno degli aspetti della lotta per la liberazione nazionale sopra elencati. In primo luogo, è evidente che, affinché un popolo possa esercitare la propria sovranità, deve godere dell’indipendenza nazionale. Da quando Jean Bodin definì il concetto di sovranità nel XVI secolo, esso ha indicato l’esercizio dell’autorità suprema all’interno di un territorio determinato. Affinché tale concetto non resti puramente giuridico, ma si traduca in una realtà concreta, il popolo deve costituirne la fonte fondamentale. Il colonialismo, collocando la fonte del potere nelle mani di un altro paese, rappresenta dunque la negazione stessa del principio di sovranità.

L’indipendenza nazionale è quindi la libertà fondamentale dei popoli, poiché garantisce loro la capacità di esercitare la sovranità su un territorio specifico. È noto che questa sovranità può essere violata anche dopo il conseguimento dell’indipendenza nazionale; proprio per questo motivo, la lotta per l’indipendenza dei popoli deve configurarsi come un attacco frontale all’imperialismo, nemico mortale della liberazione dei popoli del mondo. Coloro che non riconoscono che l’imperialismo è un sistema di dominio globale; coloro che non comprendono che tale sistema, come Lenin ha giustamente affermato, rappresenta lo stadio più avanzato del capitalismo nella sua fase monopolistica; coloro che non capiscono che i paesi socialisti non hanno partecipato al saccheggio delle risorse naturali e umane dei popoli che sono stati - e sono tuttora - vittime del colonialismo e del neocolonialismo, ma che, al contrario, li hanno sostenuti nella loro lotta contro il sottosviluppo, commettono un grave errore di prospettiva storica, come Fidel Castro ha sottolineato in numerose occasioni.

Le lotte per l’indipendenza nazionale dei popoli della Nostra America sono state, allo stesso tempo, lotte antimperialiste, da Tupac Amaru fino ai giorni nostri. Tuttavia, l’indipendenza nazionale rappresenta soltanto una tappa fondamentale - sebbene di grande importanza - nel più ampio processo di liberazione nazionale.

Una volta conquistata l’indipendenza, si pone il problema delle relazioni di dipendenza che si rifiutano di scomparire e continuano a riprodursi sotto il nuovo status di sovranità. Tali relazioni affondano le loro radici in strutture economiche, sociali, politiche e culturali profonde. Quando i paesi raggiungono l’indipendenza all’interno di un sistema di capitalismo dipendente - come è avvenuto nella maggior parte dei casi - l’indipendenza conquistata con tanta fatica risulta di fatto svuotata di contenuto, a causa di fattori persistenti che tendono a perpetuare lo sviluppo diseguale e l’arretratezza economica.

Come dimostrano i tentativi falliti di creare un nuovo ordine economico internazionale e l’insuccesso del dialogo Nord-Sud, i paesi capitalisti non sono disposti a rinunciare ai privilegi e alle prerogative derivanti dallo scambio ineguale tra materie prime e manufatti. I tentativi dei paesi esportatori di materie prime di esercitare la propria sovranità su tali risorse hanno incontrato l’aperta ostilità dei paesi importatori. Ciononostante, non va dimenticato che la rivendicazione del pieno esercizio della sovranità dei popoli sulle proprie risorse naturali fu avanzata dal generale Lázaro Cárdenas in Messico e che le sue azioni avviarono un processo irreversibile, confutando l’idea, ormai screditata, secondo cui i nostri popoli sarebbero incapaci di amministrare in modo efficiente ciò che spetta loro di diritto.

Pertanto, se non si combatte per l’indipendenza economica, l’indipendenza nazionale rischia di ridursi a un mero esercizio formale della sovranità. Martí ci mise in guardia, già nel XIX secolo, dalla tigre che continua a inseguire i nostri popoli anche dopo il conseguimento dell’indipendenza nazionale. È necessario vigilare contro questa tigre, perché essa torna sempre di notte a minacciare le conquiste dei popoli. Martí si riferiva, com’è evidente, all’imperialismo, che conosceva profondamente per averlo vissuto dall’interno; per questo ammonì i popoli della Nostra America a lottare con decisione per quella seconda indipendenza, conquistabile solo attraverso un attacco frontale contro quel “nord violento e brutale che ci disprezza”.

L’indipendenza economica è una condizione imprescindibile per l’effettivo esercizio della sovranità. I popoli rivendicano il diritto a non essere soggetti alle imposizioni delle multinazionali, a non subordinare le proprie risorse naturali e umane al capitale industriale e finanziario internazionale e a non vedere i propri territori disseminati di basi militari e navali che negano la sovranità nazionale. A questo proposito, la situazione della base di Guantánamo a Cuba resta un palese insulto ai nostri popoli. 

Da quanto detto finora possiamo dedurre che la lotta dei popoli per il pieno esercizio della sovranità deve necessariamente condurre alla socializzazione dei principali mezzi di produzione e a un processo di transizione verso il socialismo. Si tratta, naturalmente, di un compito tutt’altro che semplice. Le clamorose vittorie dei popoli di Cuba, Vietnam e Angola — per citare solo tre esempi — hanno innescato una dinamica revanscista nei circoli dominanti occidentali, la cui espressione politica attuale è rappresentata dall’ascesa al potere dell’amministrazione Reagan.

Nell’attuale congiuntura politica, l’indipendenza nazionale e la sovranità di tutti i popoli del mondo sono messe in pericolo dall’ascesa del settore più retrivo e militarista della classe dirigente statunitense. Nei Caraibi e in America Centrale, Nicaragua e Grenada affrontano quotidianamente minacce di intervento che da tempo fanno parte della storia dei nostri popoli sotto l’egemonia degli Stati Uniti. La Cuba rivoluzionaria, dal canto suo, è nuovamente esposta ad aggressioni da parte dell’imperialismo statunitense. L’unica forza in grado di arrestare questo potere, l’unica capace di contrastarne la folle ambizione di dominio globale, è l’esistenza del mondo socialista, che ha saputo resistere all’arroganza che ha caratterizzato la repubblica imperiale degli Stati Uniti fin dalla sua nascita. 

L’imperialismo, in quanto sistema mondiale di dominio, può convivere con l’indipendenza nazionale solo a condizione che tale indipendenza non venga utilizzata per mettere in discussione i rapporti di produzione capitalistici. Il processo verso l’indipendenza economica costituisce già di per sé un fattore di attrito nei rapporti tra l’imperialismo e i paesi indipendenti; tuttavia, esiste sempre la possibilità di instaurare nuove relazioni commerciali e industriali che finiscono per svuotare di significato o rendere inefficaci i processi di socializzazione della ricchezza sociale. Il capitalismo, invece, non può convivere con una transizione al socialismo che metta in pericolo il suo dominio sulla vita e sulla ricchezza delle formazioni sociali del cosiddetto “Terzo Mondo”. Nemmeno la creazione di strutture come il potere popolare è tollerabile per le classi dominanti. Esse non ammettono figli indisciplinati: l’impero esige una sottomissione totale e, quando questa non viene concessa, la risposta è la guerra — una guerra che inizialmente assume la forma dell’aggressione economica, ma che, grazie all’ampio arsenale di risorse a sua disposizione, può spingersi fino alla guerra chimica e biologica.

Quando i nostri primi liberatori combatterono contro l’impero spagnolo in disgregazione, la loro preoccupazione principale fu porre fine all’orrendo sistema di oppressione che, con il suo effetto paralizzante, impediva il pieno sviluppo morale e materiale dei nostri popoli. Nelle Antille, per esempio, questa grande lotta non mirò soltanto al conseguimento dell’indipendenza nazionale, ma anche all’abolizione della schiavitù dei neri. È in questo senso che le tre grandi figure antillane del XIX secolo, Hostos, Betances e Martí, non furono semplicemente rivoluzionari impegnati a spezzare i legami coloniali con la Spagna, ma uomini che neanche per un istante avrebbero potuto concepire la tolleranza della schiavitù nelle nuove repubbliche. Essi lottarono per una rivoluzione tanto politica quanto sociale. In quegli stessi anni Karl Marx aveva già pubblicato il primo volume de Il capitale e fondato l’Associazione Internazionale dei Lavoratori; tuttavia, il socialismo, come visione storica applicabile all’Europa di quel periodo, non rientrava, né poteva rientrare, nell’orizzonte politico di questi grandi rivoluzionari antillani.

La lotta per la liberazione delle Antille si sviluppò parallelamente alla folle corsa dell’imperialismo verso le colonie, nel corso della quale oltre due terzi della popolazione mondiale caddero vittime dell’espansione capitalista. Marx, morto nel 1883, aveva già iniziato ad analizzare questo processo, ma una sua trattazione più compiuta avrebbe dovuto attendere V. I. Lenin con L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Sebbene Martí, già prima di Lenin, avesse fornito una descrizione brillante di tale fenomeno, non esitando a definirlo imperialismo, fu senza dubbio Lenin a fondare la propria analisi sul materialismo storico e a delineare il ruolo storico dei movimenti di liberazione nazionale nella lotta contro l’imperialismo.

Fu così che si posero le basi per collegare le lotte anticoloniali e antimperialiste alla battaglia per la liberazione nazionale e il socialismo. Quale esempio più eloquente di questo, se non la vita e l’opera del grande rivoluzionario e leader popolare Ho Chi Minh!

Pertanto, la tradizione rivoluzionaria latinoamericana, nella misura in cui è stata costantemente antimperialista, si integra pienamente con l’attuale lotta dei popoli per l’esercizio della sovranità e per la liberazione nazionale. Nel centenario del Grito de Yara, Fidel Castro affermò, riferendosi ai rivoluzionari del XIX secolo, che se fossero vivi oggi sarebbero come noi, e che, se noi fossimo vissuti allora, saremmo stati come loro. Dobbiamo raccogliere questa sfida, se siamo davvero determinati ad affrontare il nemico più potente della storia dell’umanità. 

Un’ultima riflessione. La liberazione nazionale dei popoli di quella che Martí chiamava la Nostra America non potrà mai dirsi compiuta finché tutti i Paesi inclusi da Bolívar nella sua visione liberatrice non avranno ottenuto l’indipendenza. Provengo da una colonia degli Stati Uniti, uno degli anelli più saldi della loro catena di dominio nei Caraibi. Nientemeno che Ernesto Guevara affermò che l’antimperialismo di una persona poteva essere misurato dalla sua solidarietà con Porto Rico. Da oltre un secolo il nostro popolo conduce una lotta per l’indipendenza e la liberazione nazionale. Diverse circostanze storiche hanno finora reso impossibile scrivere quest’ultimo verso del poema di Bolívar. Ma finché Porto Rico non avrà raggiunto la piena sovranità e indipendenza, la sovranità di tutti i popoli della Nostra America resterà in pericolo. Pertanto, possiamo affermare in conclusione che la liberazione nazionale di Porto Rico è un imperativo categorico che esige la solidarietà militante di tutti i popoli del mondo. 

Manuel Maldonado-Denis, “Liberazione nazionale: imperativo categorico per i popoli della Nostra America" Tricontinental 82 (1982), 8-15.

Available in
EnglishSpanishPortuguese (Brazil)GermanFrenchItalian (Standard)HindiArabicBengaliRussian
Translators
Micaela Genchi, Roberta Frediani and ProZ Pro Bono
Date
04.02.2026
Source
Black Agenda Report (BAR)Original article🔗
Progressive
International
Privacy PolicyManage CookiesContribution SettingsJobs
Site and identity: Common Knowledge & Robbie Blundell